
Reperti e glutei sodi a Stazione San Giovanni
Scritto da Danilo Pette il . Pubblicato in Attualità, Satira e Umorismo, Roma Capitale e Regioni.
Le scale mobili delle Stazioni Metro di Roma sono al collasso!! Utenti costretti a inerpicarsi sulle lunghe rampe di scale, ascensori trappole killer, stratagemmi culturali per sopperire alle attese! Cosa sta succedendo nel ventre di Roma? Ecco le memorie dal sottosuolo…
Non so se vi è mai capitato, quando si partiva negli anni ’90 per l’Europa del Nord, Olanda, Germania, Danimarca, Scandinavia (è inutile che vado avanti, no? L’Europa del Nord, ci siamo intuiti…), e ci si rendeva subito conto di una cosa: i glutei sodi degli indigeni. Non di qualcuno, ma di tutti gli indigeni: uomini, donne, vecchi, bambini…se ne andavano in giro ‘co’ ste’ chiappe’ alte. Allora ti chiedevi, ‘ma lo squot è obbligo di legge da ‘ste parti?’, e ci pensavi e ripensavi, finché ne vedevi una e ne venivi finalmente a capo: le biciclette. Stavano tutti in bici, pedalavano dalla mattina alla sera, non passava giorno senza che spingessero su quei pedali. Non erano gli squot dunque, ma lo spinning! E tu ti vergognavi, chissà perché poi, della flaccidità del tuo sedere, e rimuginavi sul pensiero di comprare una bella bici appena tornato a casa. Casa mia però è Roma, cari amici, e come si fa ad andare in bici nella città dei sette colli? Va bene un poco di sport, di benessere, certo, ma mica voglio diventare Coppi, mica mi danno la maglia azzurra degli scalatori quando arrivo in redazione. Vista dunque l’impossibilità oggettiva di arrampicarmi in sella a un trabiccolo su per il Palatino, Esquilino e compagnia cantante (oltretutto c’ho il soffietto al cuore e fumo), con le lacrime agli occhi osservo naufragare in silenzio il mio sogno di glutei nord europei. Potrei provare con le passeggiate, ma non inganniamoci amici, sappiamo bene che non sarebbe la stessa cosa…sono disperato, sono inconsolabile, davanti a voi c’è un uomo distrutto. Come fare? Chi pregare? Chi corrompere?
Ci rifletto e ci rifletto, mentre il vagone della Metro C in cui mi trovo giunge alla fermata San Giovanni. Scendo in una folla di glutei flaccidi, morbidosi, latini, che si dirigono sballonzolando verso gli ascensori e le scale mobili. Io agli ascensori neanche ci penso tanto sono affollati, e poi non ne ho il coraggio: la lotta per accaparrarsi un posto nella cabina è davvero spietata, mette paura, gente che corre, sgomita, spintona, lama, acciacca, e quando la porta si chiude si sente distintamente il rumore dei gusci delle noci quando si rompono, tanto la capienza consigliata non è stata rispettata. Quel rumore di gusci rotti sono le ossa in frantumi, e poi ecco un consistente rivolo di sangue che sgorga da sotto le porte ormai chiuse, e l’ascensore che sale con il primo carico di morti.
Quindi niente ascensore per me, per carità… mi faccio volentieri il corridoio seguendo l’indicazione ‘USCITA’. Siamo in tanti qui in banchina, siamo la massa, ‘they got the guns but we got the numbers’, sento scorrere dentro di me la possanza della moltitudine, noi specie umana, che ci raduniamo sotto terra per questioni di mobilità. Ma la potenza del legame umano scema appena mi accorgo della fila brulicante e chilometrica che si inerpica sulle scale. C’è qualcosa che non va, non tanto per la fila chilometrica, quella c’è sempre.. è che di solito non brulica, si piazza sulla scala mobile e si lascia ascendere. Perché la massa, sempre saggia davanti le scelte lassiste, ha preferito la fatica delle scale? Guardo meglio, una transenna gialla di plastica impedisce l’accesso alla scala mobile.

Distrattamente cado nel flusso dei corpi in marcia, e una volta dentro funziona come con le strade a tre corsie che per ragioni di ‘lavori in corso’ si riducono a una sola: l’imbuto è inevitabile. Ma l’imbuto delle carni è del peggior tipo, è un’intimità coatta, è un abbraccio constrictor, una vicinanza di odori giuridicamente punibile secondo le nuove leggi sulla privacy. E poi mi chiedo, ma a quanti metri l’avete scavata questa stazione Metro C? Siete arrivati al mantello, alla Giudecca? Per la miseria, le due rampe che portano a riveder le stelle (quante citazioni di Dante, eh?…per voi, mia intellighenzia di lettori…), sono infinite, agonistiche, olimpioniche, Messner stesso qualche tempo fa non se l’è sentita… Ma fosse che hanno spostato la Scala Santa da fuori a qui sotto? E perché mai l’hanno fatto?…comunque non può essere la Scala Santa, non vedo in giro la biglietteria.
Intanto osservi le facce dei turisti increduli e dei pickpocket ‘alleprati’, e ascolti i “no!!”, “di nuovo!!”, “porco qua e porco di là!”, di quelli che come me sanno, ‘someone who knows this stuff’, quelli che hanno capito bene che stiamo per intraprendere un’attività sportiva che non saremo in grado di portare a termine senza qualche danno organico, neurologico o simili. In compenso sui muri c’è una summa della storia della città dal Pleistocene a stamane, con date, fatti, nomi, addirittura reperti delle antiche epoche, centinaia di reperti, inseriti in apposite teche, da visitare probabilmente nelle ore di attesa del prossimo ascensore o del prossimo treno (velenosa questa eh, amici?…). E mentre saliamo veniamo a conoscenza del fatto che durante l’Età Preistorica 450.000-2.000 ca a.C per effetto del clima si alternano boschi aperti a steppe e praterie; che è del Paleolitico Superiore 38.000 – 10.000 anni fa la tecnologia di scheggiatura della selce per la riproduzione di lame e lamelle; che a meno 19 metri nel VI sec. a.C. il re Servio Tullio costruisce le Mura serviane; che è del 144 a.C. l’Acquedotto di Quinto Marcio Re (Aqua Marcia); che nel 120 – 124 a.C. l’Imperatore Adriano ricostruisce il Pantheon; che nella Media Età Imperiale III sec. d. C. ingenti riporti di terra livellano l’area per la costruzione delle Mura e restringono l’alveo dell’Acqua Crabra; che a meno 5 mt. scompare sotto terra la Marrana dell’Acqua Mariana che dal 1122 consentiva il funzionamento dei mulini per scopi agricoli e industriali; che è del 1886 la delibera comunale per la realizzazione di Corso Vittorio Emanuele II; che nel 1948 inizia la costruzione del GRA (Grande Raccordo Anulare). Insomma sappiamo davvero tutto, tranne la data di ripristino delle benedette scale mobili!
A proposito, anche le due scale mobili della banchina in direzione Battistini sono ferme, dunque parliamo della quasi totalità delle scale mobili a disposizione. Questo per quanto riguarda la Stazione di San Giovanni., ma se facessimo un giro sotterraneo per la Capitale (Roma nascosta, dove si trovano cocci del 200 a.C. ma non scale mobili a regime), ci accorgeremmo che la situazione è simile in quasi tutte le stazioni. Come possono disabili, anziani, donne in stato interessante, bambini, turisti con pesanti valigie e perché no, financo io da stanco, riuscire a riemergere da queste stazioni? Come? La situazione intanto non cambia, e ormai è un mese che le scale mobili sono ferme, arrotolate su loro stesse, secche e non oliate, protette da transenne gialle. Viene da chiedersi quale sia il problema. Vi do tre opzioni:
1. Non ci sono riparatori di tapis roulant, non c’è stato ricambio generazionale e quelle conoscenze sono ormai perdute;
2. I riparatori ci sono ma non ci sono i soldi per pagarli (eppure noi paghiamo…);
3. Il malcostume di molti passeggeri, che hanno preso la discutibile abitudine di scendere o salire le scale seppure siano esse ‘mobili’, che non necessitano quindi del movimento dei corpi umani.
Se la busta corretta è la 3, allora impediteglielo, segnalateglielo, multateli, fategli lo scalpo, fate ciò che volete, ma per carità, lasciate noi pigri farabutti fare il minimo sforzo per il massimo risultato, uscire cioè comodamente e civilmente dalle Stazioni. Insomma parliamoci chiaro Signori e Signore, una banchina non può diventare un sequestro di persona.
Vertici Atac S.p.A., Roma Capitale, Roma Metropolitane, triumvirato del trasporto pubblico cittadino, a questo punto ero davvero pronto per un’invettiva al veleno, un giudizio senza possibilità di appello. Ma salendo la seconda rampa di scale con il cuore ormai in panne, saputo che è del 727 d.C. la fondazione dell’Ospedale di S. Spirito in Sassia primo ospedale della città, ho capito che in realtà lo fate per il nostro bene. Ora è tutto chiaro, certo, lo fate per noi, che non osiamo avvicinarci allo sport, alla bicicletta, al podismo, al machismo o al femme-fatalismo…ci pensate voi a tenerci in forma! Avete sabotato tutte le scale mobili nel cuore della notte, con il favore delle tenebre, e lo avete fatto solo per noi, per il benessere dei nostri glutei, ci volete al pari dei nord europei, sodi da morire, belli da vedere! Grazie oh Vertici, grazie dal profondo dei nostri aneurismi, con l’ultimo respiro, lì sul centocinquantaduesimo gradino, quasi in vetta.
Detto ciò, sappiate che noi utenti siamo sul piede di guerra, e se questa situazione continuerà a protrarsi, saremo costretti a occupare le banchine, per giorni, mesi, anni; cuoceremo cibi sulle panchine, dipingeremo di rosso la striscia gialla, soggiorneremo nei tunnel, dormiremo sui tornelli, finché per usucapione tutte le Stazioni della città saranno nostre, da Rebibbia a Laurentina, da Anagnina a Battistini, de Viatoribus Imperium. E’ l’ultimo avviso, al vostro tentennamento scateneremo l’Inferno…
C’abbiamo pure lo sportivo famoso dalla nostra, è Casper Rudd, il finalista degli Internazionali di Roma, che dal giorno della partita non è riuscito più a riemergere dalla banchina della fermata Flaminio – Metro A, banchina dove attualmente si allena. Ecco le prove documentate:

Il Vostro affezionatissimo si è divertito e spero così di voi.
I miei saluti,
Danilo Pette










