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Anno Omega in Scena al Teatro di Documenti

Scritto da Cristian Arni il . Pubblicato in .

Nella suggestiva cornice teatrale di Testaccio tra Creazione e Ri-Creazione
nella ciclicità del 
Tempo Zero.

 

Suona la campanella della ricreazione nel brodo primordiale, un Dio bukowskiano, Ambrosius (Paolo Ricchi) scolando Budweiser nella sua stanza “laboratorio alchemico”, un po’ pigo e svogliato, un po’ alticcio e sornione, ma non privo di slanci creativi, e pieno di sé, getta colori a colpi di pennello sulls tela per la sua “nuova” opera.

Un mentecatto (lo sarà poi davvero?!), Felice, di nome e forse anche di fatto (Maurizio Castè) appare in una nicchia, dall’altra parte della sala/cosmo, guardando incuriosito Ambrosius nei sui slanci creativi, gesti mai totali, a volte abortiti come le parole che sbiascica nella vivace conversazione con il “mentecatto”, una singolar tenzone tra i due in cui Felice mette in discussione i risultati della creazione di Ambrosius, creduti da egli, perfetti.

Va in scena al Teatro di Documenti, nel rione di Testaccio, la pièce Anno Omega- Quando tutto ebbe inizio, due atti unici di Maria Letizia Avato, diretti e interpretati, tra gli altri, da Marco Belocchi che impersona un uomo in frak, personaggio in bilico tra un demiurgo e un narratore, il tutto calato nel contesto scenico nato dalla maestria del compianto scenografo di streheleriana memoria (ma non solo), Luciano Damiani.

Se nel primo atto, Tutti Pensarono, Tutti Credettero, come anticipato Felice dibatte con Ambrosius circa la presunta perfezione del suo operato, nel secondo atto, Anima sola (Grazia Rita Visconti) la presenza è solo voce, al più un’ombra nella sua beatitudine in assenza di peso specifico, onde poi farsi corpo a muovere i primi passi alla scoperta della propria fisicità e della dimensione materica della vita, non priva di dolore, ma anche di gioie.

Un viaggio ciclico, Anno Omega, dove principio e fine coincidono nel continuum andirivieni delle anime, nella presunta “perfetta” opera di Ambrosius in cui appare dalle viscere un uomo in frak che emerge dal sottosuolo in cui tornerà non prima però aver assistito a quanto accade al “piano di sopra”, e non prima aver visto e desiderato l’anima incarnata nel corpo e aver illuminato le anime presenti in sala, quelle degli spettatori.

Il bellissimo spazio scenico del M° Damiani si trasforma nel non luogo in cui si manifesta la ricreazione di Ambrosius e in cui le anime prendono vita e forma, tra le sofferenze, le meraviglie e le imperfezioni dell’esistenza e dell’amore.

Tra i fiumi di parole sbiascicate da Ambrosius e quelle sincopate di una voce femminile, Anima sola, fanno da controcanto lo “spudorato” Felice, che tiene testa a questo Dio un po’ alticcio e altezzoso e la pacatezza dell’uomo in frak, voce narrante e guida presente/assente nell’arco di tutta la pièce, fil rouge che attraversa lo spazio in cui si manifestano i corpi che fanno breccia nel “sipario” che separa la dimensione metafisica da quella tangibile.

L’Omega è così la meta e la fine dove tutto principia, ciclicamente. Due atti unici tra immagini video proiettate e suggestioni sonore a cura di Fabio Bianchini, a immergere gli spettatori, partecipe anch’esso a farsi luce ad un cenno dell’uomo in frak, onde poi svanire…


Foto autore articolo

Cristian Arni

Cristian Arni (Arnerich), Romano di nascita (1971) fiero delle sue origini Croate-Dalmate / giornalista e redattore su varie Testate, addetto stampa, esperto in marketing e comunicazione per professionisti, aziende ed in altri ambiti / alle spalle anche una formazione teatrale e trascorsi di palcoscenico con grandi Maestri.