
Il Mito Capitale. Convegno
Scritto da Massimo Fulvio Finucci e Clarissa Emilia Bafaro il . Pubblicato in Arte, Cultura ed Eventi.
Il Convegno alla Libreria Horafelix è dedicato alla propaganda del Mito di Roma, all’impianto mitopoietico dell’Urbe in quanto Capitale d’Italia e alla tutela del Patrimonio Storico Italiano. La Propaganda d’Epoca, iniziata con il processo di Unificazione Risorgimentale, dopo la Grande Guerra, avvia un’operazione mitopoietica innovativa. Il focus. Il Mito di Roma.
CONVEGNO
IL MITO DI ROMA. LA CAPITALE. 1925
Prof. Massimo Fulvio Finucci e D.ssa Clarissa Emilia Bafaro

ATTI DEL CONVEGNO
SINTESI
IL PROGETTO DI ROMA CAPITALE
La Terza Roma
Massimo Fulvio Finucci e Clarissa Emilia Bafaro
Il Convegno alla Libreria Horafelix è dedicato alla propaganda del Mito di Roma, all’impianto mitopoietico dell’Urbe in quanto Capitale d’Italia e alla tutela del Patrimonio Storico Italiano. La Propaganda d’Epoca, iniziata con il processo di Unificazione Risorgimentale, dopo la Grande Guerra, avvia un’operazione mitopoietica innovativa. Il focus. Il Mito di Roma.
In questa sede si intende orientare il focus del nostro obiettivo, puntando all’esame di quanto operato nella Capitale nel 1925, attraverso il Monumentalismo celebrativo, letto alla luce del Mito di Roma.
Infatti, mediante il Monumentalismo celebrativo, si continuò a promuovere l’idea di Roma Capitale, al fine di portare a compimento il processo di Unificazione Nazionale.
In vista del futuro portato mobilitante del Mito di Roma, si era dato forma a un rito di passaggio con l’evidente obiettivo di superare quella che era avvertita, per forza di cose, come una moderna crisi di sviluppo.
Si dava così vita ad una innovativa politica del sacro, dove il Monumento si trovava al centro di un determinato ambiente antropologico, orientato dalla volontà di fare Stato.
Le diverse tendenze di pensiero risorgimentale trovarono nell’idea di Romanitas un punto di contatto e di incontro. Non poteva nascere l’Italia senza Roma. Questo il sentimento che guidò le generazioni future e che lasciò una traccia indelebile nei Monumenti e nei cambiamenti urbanistici della Città Eterna. La Vittoria della Grande Guerra venne celebrata dalla composizione dell’Inno a Roma, musicato da Giacomo Puccini. Il sentimento, che origina e scaturisce da questo Inno, è scolpito nella pietra dell’Altare della Patria, al Vittoriano a Roma, inaugurato per il Natale di Roma nel 1925. Lo stesso giorno venne inaugurato anche il Giardino della Vittoria sul Campidoglio. A dare fondamento a queste opere venne inaugurato, sempre il 21 Aprile del 1925, il Foro di Augusto. A suggello di questi eventi celebrativi il filosofo Giovanni Gentile pubblicava il Manifesto degli Intellettuali del Fascismo, firmato tra i tanti nomi illustri anche da Luigi Pirandello.
Al fine di rendere sistematica la grande opera creativa della Caput Mundi, già avviata dal 1871, evidentemente ancora in regime risorgimentale, e nello stesso tempo nell’intento di velocizzare la posa in opera, si ritenne opportuno la creazione nel 1925, di un istituto ad hoc, il Governatorato di Roma, in linea con il dibattito europeo sulle grandi Capitali mondiali.
Il recupero delle antiche vestigia e la creazione della nuova Forma Urbis mise all’opera i massimi archeologi e architetti del tempo. Palazzo Venezia divenne il luogo di in-contro di studiosi, che avevano il loro punto di riferimento nel Palazzetto Venezia, sede del Regio Istituto di Archeologia e Storia dell’Arte.
La topografia politica e rituale dell’Urbe vedeva nel Campidoglio il centro ideale della Capitale, colle altamente simbolico, scelto non a caso per l’edificazione del Vittoriano. Il punto di vista della tradizione urbanistica e della moderna tutela del paesaggio dovevano convergere, immaginando un’Epoca dove si intendeva dare realtà al Mito di Roma, attuando una mutazione antropologica dell’ambiente, mediante quella che veniva definita come pedagogia ambientalista, ancora oggi visibile e riconoscibile.
Il patrimonio storico italiano non ammette eccentriche risoluzioni di parte, e dunque la materia trattata deve essere tutelata in quanto parte integrante della Storia del Regno d’Italia.
IL PRESENTE. TROVARSI
La vita, Pirandello e Roma
Gea Alberti
Per Pirandello la città di Roma è stata il centro della sua vita, e anche fonte d’ispirazione. A Roma si trasferì per studiare e visse stabilmente a Via Antonio Bosio, vicino Villa Torlonia.
Fondò il “Teatro d’Arte di Roma” nel 1925, che si trovava in Via Santi Apostoli nel Palazzo Odescalchi, vicino al Teatro Quirino e alla Galleria Sciarra, zona molto frequentata da Gabriele D’Annunzio.
L’opera teatrale dal titolo “Trovarsi” parla di un’attrice importante che cade in depressione e si vuole suicidare. Il testo esplora cosa accade quando ci si trova nei panni degli altri.
E’ a tema il concetto di identità.
Il 4 novembre 1932 fu rappresentata per la prima volta a Napoli, al Teatro Fiorentini.
Donata é un’attrice tormentata dalla crisi d’identità, perché la sua arte la costringe a vivere le vite dei personaggi che interpreta, perdendo la sua consapevolezza.
La protagonista ha consacrato se stessa al palcoscenico, negandosi ogni legame sentimentale.
L’attrice Donata Genzi dopo aver rifiutato di seguire Elj per amore, decide di dedicarsi alla sua arte, comprendendo che la sua vera identità si trova nella creazione e nella recitazione.
TESTO COMMEDIA “TROVARSI”
Rientrata nel mio camerino, vibravo dentro, tutta, come d’una pazza risata – sì, di trionfo; mi sono scorta per un attimo allo specchio, la testa alzata, le mani alzate, ma perché mi pareva di stringere in pugno la vita! E pensando a lui, che dovessi far felice anche lui, ecco, ero corsa qua a gridargli che m’ero ritrovata alla fine. – Lei, Conte m’aveva vista? Ero perduta, caduta, mi sentivo tirare giù, giù dal pubblico che mi mancava – quel silenzio- quel vuoto – sudavo sangue – il martirio! Il martirio! – E d’improvviso, io non so, uno scatto qui dentro, e la liberazione! Ho dimenticato tutto- mi sono sentita prendere, prendere, sollevare- ho riavuto tutti i miei sensi, l’udito perduto, mi s’é fatto tutto chiaro, e sicuro, sicuro – ho riavuto la vita, ma così piena, così piena e così facile – in una soddisfazione di tanta ebbrezza, di tanta felicità che ho sentito tutto accendersi, accendersi e vivere e sollevarsi con me!
Atto: III
E questo è vero… E non è vero niente… Vero è soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova.
Atto: III scena: finale
IL RESTAURO DEL TEMPIO DELLA FORTUNA VIRILE
NEL FORO BOARIO
Un’importante tappa dell’opera di liberazione
del “tronco della Grande Quercia”
Mirko Muccilli
La mattina dell’11 novembre 1925 Benito Mussolini, Presidente del Consiglio e capo del Partito Nazionale Fascista (PNF), presenzia alla pubblica cerimonia di inaugurazione di un antico e sacro monumento collocato nel Foro Boario, uno dei luoghi più insigni dell’antica Roma: si tratta del tempietto ionico di forma rettangolare, all’epoca ancora denominato della “Fortuna Virile” e successivamente associato a Portuno, venerato quale Dio delle porte e dei porti dagli antichi romani. L’evento si svolge a compimento di lunghi lavori di demolizione degli edifici presenti nell’area e di messa in sicurezza, isolamento e restauro del monumento.
In tale giornata gioiosa e solenne, fatta coincidere appositamente con il genetliaco del sovrano vittorioso Vittorio Emanuele III di Savoia, regnante da venticinque anni, Mussolini inaugura il tempio restaurato rivolgendo alle maestranze presenti, per la speciale occasione, la frase simbolica e di buon auspicio: “Che la Fortuna Virile assista sempre la Patria!”. Le complesse operazioni di restauro del tempio sono state coordinate e condotte, a partire dal 1922, dall’architetto e storico dell’arte Antonio Munoz che, in quel fatidico periodo storico, ricopre la carica di Sopraintendente ai Monumenti di Roma. L’artefice di questa importante impresa artistica e monumentale porta a compimento il progetto di restauro perseguendo due finalità specifiche: una estetica e l’altra pratica. Il Munoz si pone quindi in piena sintonia con quelli che sono i principi ispiratori del periodo storico e le esigenze urbanistiche dell’Urbe, percepite dagli uomini d’azione dell’epoca quasi come dei doveri morali, prima ancora che culturali e artistici.
Solo poche settimane dopo la storica inaugurazione del tempio, il 31 dicembre, durante la cerimonia ufficiale di insediamento del primo Governatore della capitale Filippo Cremonesi, già sindaco e poi Regio Commissario della città, il capo del governo fornisce a quest’ultimo le linee guida da seguire per costruire la nuova Roma dell’era fascista: “Voi continuerete a liberare il tronco della grande quercia da tutto ciò che ancora l’aduggia (…) I monumenti millenari della nostra storia devono giganteggiare nella necessaria solitudine. Quindi la Terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiagge del Tirreno”.
Il progetto di rinnovamento e di rigenerazione urbanistica della città eterna è dunque chiaro e già ben tracciato a questo punto. In tale contesto assume, quindi, una certa importanza a livello simbolico l’inaugurazione del tempio della Fortuna Virile, tra i primissimi monumenti dell’antica Roma restaurato in chiave moderna, dopo essere stato liberato interamente dalle costruzioni dei “secoli della decadenza” che lo soffocavano e aduggiavano. La scelta di deificare l’antico edificio non è casuale, specialmente se si tiene in considerazione sia il ruolo commerciale, di enorme importanza, ricoperto dal Foro Boario in epoca antica, sia il luogo specifico nel quale il tempio si erge in tutta la sua eleganza. L’edificio costeggerà, infatti, la nuova Via del Mare che collegherà il cuore dell’Urbe, ovvero l’intero complesso del Campidoglio, con la costa tirrenica laziale. Il primo tratto di questa fondamentale arteria stradale verrà inaugurato qualche anno dopo, il 28 ottobre del 1930.
LA CENTRALITA’ DEL MITO DI ROMA
NELLA CULTURA ITALIANA
1925. Centenario delle fondazioni dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana,
Istituto Nazionale di Studi Romani, Istituto Nazionale Luce
Gianluigi Liagi
Il 1925, esattamente un secolo or sono, segnò l’anno in cui l’eredità di Roma antica tornò a imporsi con piena forza, ritrovando la propria centralità e la propria misura nella cultura Italiana del Novecento. Fu l’approdo di un lungo cammino iniziato con il Risorgimento, quando le diverse correnti di pensiero riconobbero nella Romanitas un terreno comune, un ideale capace di unire: il mito di Roma divenne il filo d’oro che guidò il processo di unificazione nazionale.
Il 17 marzo 1861 venne proclamato ufficialmente il Regno d’Italia ed il 21 aprile, giorno sacro al Natale di Roma, la legge n. 1 ne suggellò la nascita istituzionale.
Il 20 settembre 1870 l’Esercito Italiano varcò finalmente le mura della Città Eterna, e Edmondo De Amicis, nelle sue Impressioni di Roma, descrisse un Campidoglio festante, colmo di popolo e di tricolori.
Il nuovo secolo portò a compimento l’opera dell’unità con la Vittoria della Grande Guerra del 4 novembre 1918, celebrata nello stesso anno dall’Inno a Roma, composto da Fausto Salvatori e musicato da Giacomo Puccini: un omaggio solenne alla grandezza della nostra storia.
Nel 1925 sorsero tre istituzioni destinate a lasciare un segno profondo:
- il 18 febbraio l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana
- il 21 marzo l’Istituto Nazionale di Studi Romani
- il 5 novembre l’Istituto Nazionale LUCE
Esse accesero un nuovo fervore di studi, ricerche e iniziative, alimentato dalla visione e dall’impegno dei loro fondatori e promotori. Giuseppe Bottai richiamò allora una costellazione di valori romani e perenni: continenza, pietas, senso della famiglia e della Patria, amore della giustizia, tenacia nella prova. “Quest’accanito, appassionato, eroico senso dell’ordine, della norma, del canone, che noi portiamo nella nostra azione rivoluzionaria, è romano”.
La Roma dei Cesari si impose così come fonte di ordine, disciplina, gerarchia e concordia. Già nei primi anni Venti prese avvio una vasta opera di difesa e diffusione della lingua latina, non solo nelle scuole ma anche in altri ambiti della vita culturale, con l’intento non solo di formare, ma di educare alla forza della parola e della retorica.
Alla fine degli anni Trenta nacque il Certamen Capitolinum, gara annuale di composizione latina in prosa e poesia: un’autentica rinascita della letteratura latina. Parallelamente si condusse una lunga battaglia per riaffermare l’originalità della cultura latina rispetto a quella greca, battaglia che culminò nel bimillenario virgiliano del 1930, quando Virgilio venne celebrato come “il più grande poeta nazionale fino allora vissuto”, autore del “grande poema nazionale romano”.
Accanto alla letteratura, fiorirono studi di archeologia, storia dell’arte e tutela del patrimonio, con opere di ricerca, valorizzazione e conservazione. Nelle arti figurative, l’originalità romana si manifestò soprattutto nei ritratti e nei rilievi storici.
La romanità divenne anche un orientamento politico, un modello cui guardare negli anni Venti. Roma, creatrice dello Stato e vertice dell’organizzazione civile, appariva come esempio da imitare. La famiglia fu posta al centro della politica demografica; le virtù romane di tenacia alimentarono la politica agraria e le riforme; il sistema delle corporazioni romane ispirò una nuova concezione del lavoro. In architettura sorsero edifici, monumenti e spazi pubblici che, richiamando l’antico, intendevano riaffermare l’appartenenza a una storia gloriosa e ininterrotta. L’apporto di Roma alla civiltà rimane evidente nel diritto, nell’arte di governo e della guerra, nella medicina e nella tecnica.
Questa è l’eredità che ci consegnano i nostri padri di un secolo fa: la consapevolezza di un grande patrimonio comune, profondamente italiano. Ed è giusto, oggi come allora, rendere omaggio a coloro che credettero nella Cultura come forza viva, ordinatrice e unificante della Nazione.
LA TERZA ROMA: RIMEMBRANZA FATALE
Un dramma in quattro atti
incisi nel lastrico della Forma Urbis
Lorenzo Sturlese
La storia di Roma, dopo la caduta dell’Impero e l’epoca della Chiesa come potenza universale, giunse a una nuova e decisiva svolta con l’Unità d’Italia. L’arrivo del regno sabaudo nella città eterna non fu percepito come una semplice annessione territoriale, ma come la restituzione di un’inesausta sovranità ideale alla sua sede naturale. Nelle parole di Vittorio Emanuele II, poi acclamato “Padre della Patria”, si manifestò subito il proposito solenne: “L’Italia era restituita a sé stessa e a Roma”.
Il regno era portato in dote all’Urbe, il cui destino era tornare a incarnarsi nella Storia, come una nuova luce.
Questa aspirazione fu chiaramente articolata dal genio politico di Camillo Benso conte di Cavour, che nel parlamento subalpino aveva sentenziato: Roma sola poteva essere capitale d’Italia, perché unica città priva di “memorie esclusivamente municipali” essendo “una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio”. Il fine ultimo era ambizioso: fondare la “Terza Roma”, destinata non solo a emulare ma a superare la grandezza della Roma antica e quella cristiana. L’eco di questo proposito cosmopolitico risuonò anche oltre i confini, tanto che Quintino Sella rispose all’inquietudine dello storico Mommsen, che temeva l’ambizione italiana, dichiarando che il progetto cosmopolitico della Terza Roma era la Scienza. Del resto la modernità aveva eletto la Scienza a nuova religione, e Roma vantava già una profonda eredità intellettuale in tal senso, si pensi anche al calendario giuliano e alla riforma gregoriana, che sulla base di studi istruiti nella città eterna si diffuse al mondo intero. L’intento era di creare le condizioni affinché l’Italia potesse recuperare il primato scientifico, migrato verso altre nazioni, dopo la condanna di Galileo.
A monte di questa visione politica e scientifica, vi fu il pensiero filosofico e morale di Giuseppe Mazzini, che alla “Terza Roma” diede anche il conio. Egli interpretò la causa nazionale come un riscatto non solo materiale ma spirituale dell’intero popolo, anticipando temi cruciali come il suffragio universale e l’unità europea. Il suo ruolo fu decisivo nel 1849, quando, rispondendo all’appello di Goffredo Mameli, diede vita alla Repubblica Romana. Quell’esperienza, seppur effimera e soffocata dalle potenze straniere, fu un “antefatto” fondamentale: stabilì con il sacrificio di molti patrioti il modello per la futura Costituzione nazionale e affermò l’ideale repubblicano, un fatto identitario che sarebbe stato reso definitivo quasi un secolo dopo con il referendum del 1946. Significativo è il fatto che proprio nel primo anniversario secolare della costituzione promulgata in Campidoglio venne inaugurato il monumento a Mazzini sull’Aventino, nello stesso giorno del 2 giugno in cui gli italiani avevano deciso di sostituire la monarchia con la Repubblica in quel referendum. Così come è significativo che a cento anni di distanza il sindaco che oggi siede in Palazzo Senatorio a quella stessa scrivania che fu di Mazzini, inauguri il rifacimento dei giardini che furono aperti nel 1925 nella piazza dedicata al nostro statista e triumviro.
Ricordiamo poi che l’unità, preparata da Cavour e animata dal pensiero mazziniano, fu resa concretamente possibile dall’ardimento di Giuseppe Garibaldi. L’Eroe dei Due Mondi, già distintosi nella difesa di Roma nel 1849, condusse l’Impresa dei Mille, liberando il Meridione e trasformandone i sudditi in cittadini. Con pragmatica lungimiranza, Garibaldi riconobbe nello Stato del Re di Sardegna l’approdo solido per la causa nazionale. Quando, nel 1870, le truppe italiane entrarono a Roma, Re Vittorio Emanuele II interpretò la “presa di Roma” come un’oblazione del suo regno all’Urbe, sciogliendo i voti cementati nel sangue dei patrioti.
L’Urbe iniziava così la sua palingenesi, avviando un nuovo ciclo che prosegue tuttora, ma questi quattro protagonisti restano celebrati come i Padri della Patria, e la loro memoria è incisa nel tessuto urbano della Capitale, con strade, piazze, monumenti e ponti sul Tevere che ne perpetuano la missione e l’eredità.
La fondazione della Terza Roma è un dramma storico, in cui l’opera di ogni protagonista, dalla visione filosofica di Mazzini all’azione di Garibaldi, dalla diplomazia di Cavour all’approdo istituzionale di Vittorio Emanuele II, costituisce un atto inscindibile del percorso che continua a orientare la nazione.
IL MITO

IN ATTO
Massimo Fulvio Finucci e Clarissa Emilia Bafaro










