Vai al contenuto principale

Da vittima di una truffa a vittima del sistema
– intervista al Commercialista Paolo Amato

Scritto da Monica Macchioni il . Pubblicato in .

“Mi hanno tolto tutto la sera prima di ottenere giustizia….
Ho chiesto aiuto anche alla stampa, ma oggi raccontare certi fatti è sempre più difficile”
Intervista al Commercalista Paolo Amato, iscritto all’O.D.C.E.C. di Palermo

PAOLO AMATO, partiamo dall’inizio: Lei parla di una truffa, ma sostiene che il vero problema sia ciò che è accaduto dopo. Perché?
Perché la truffa è solo il punto di partenza. Il vero problema è quello che succede quando provi a difenderti.
Per contrastare un tentativo di truffa di privati ho dovuto sostenere oltre 300.000 euro di spese per recuperare 500.000 euro che mi spettavano. Ed è lì che ho iniziato a scontrarmi con qualcosa di molto più grande.

Cosa intende per “qualcosa di più grande”?
Un sistema che, invece di tutelarti, ti logora.
Ho dovuto affrontare numerose cause, opposizioni che ritengo pretestuose e spese legali continue. Alla fine le somme sono state riconosciute, nonostante controparte ha pagato molto di più, perchè nel frattempo il patrimonio si era ridotto anche per effetto di queste dinamiche e della gestione del liquidatore nominato dal tribunale.

Sta dicendo che le procedure sono state usate per penalizzarla?
Dico che ho avuto la sensazione concreta che ogni passaggio generasse nuovi ostacoli e nuovi costi, con incarichi e attività che aumentavano le spese senza un beneficio reale.
E quando succede questo, il cittadino si trova in una posizione di estrema debolezza.

Arriviamo al punto più delicato: lei è stato sostituito la sera prima di ottenere l’assegnazione delle somme.
Sì. Dopo quattro anni di battaglie, la sera prima dell’assegnazione sono stato sostituito.
Il giorno prima.
E nel giro di due mesi tutto quello che avevo costruito è stato vanificato.

Quattro anni per ottenere un risultato e due mesi per perderlo?
Esattamente.
Quattro anni di lavoro, sacrifici e spese, con i tempi della giustizia estremamente lenti. Poi, in due mesi, tutto è diventato improvvisamente veloce fino ad azzerare ogni risultato.
È questo che mi ha fatto capire che il problema non era più solo la vicenda iniziale.

Lei parla apertamente di sistema. Non teme che sia un’accusa troppo forte?
Non è un’accusa, è una domanda pubblica basata su fatti concreti.
Quando emergono dinamiche ricorrenti, incarichi che ruotano negli stessi circuiti e relazioni che possono incidere, è giusto chiedersi se tutto funzioni come dovrebbe.

Sta facendo riferimento anche a possibili legami e conflitti di interesse?
Sto dicendo che quando esistono relazioni familiari o personali in ambito giudiziario serve il massimo livello di trasparenza.
Nel mio caso ho avuto il forte dubbio che queste dinamiche abbiano inciso, ed è un dubbio che merita verifiche. 
Aggiungo un elemento che ritengo significativo: sono stato condannato in maniera esemplare per aver promosso azioni contro un liquidatore nominato dal tribunale. In una sentenza è stato sostenuto che si trattasse di una figura “tranquillizzante”, quindi di fatto non contestabile.

Io ritengo che un principio del genere non esista nel nostro ordinamento. Nessun incarico dovrebbe essere sottratto al controllo o alla possibilità di azione da parte di chi si ritiene danneggiato.Se a questo si aggiungono le segnalazioni da me effettuate su possibili rapporti parentali, il tema non è più personale ma diventa una questione che merita attenzione e approfondimento.

Lei usa anche un’espressione molto forte: “sistema omertoso”. Perché?
Perché il meccanismo è sempre lo stesso: chi parla viene isolato.
Non serve altro. Basta renderti scomodo, metterti ai margini e trasformarti nel problema.

Sta facendo un paragone con logiche mafiose?
Parlo di dinamiche, non di etichette.
Ma quando il risultato è l’isolamento di chi denuncia e il silenzio di chi sa, il meccanismo è molto simile.

Chi sa e tace è complice?
Sì.
Perché il silenzio, quando hai strumenti e ruolo per intervenire, diventa una scelta.
E quella scelta contribuisce a mantenere il sistema.

Lei chiama in causa anche la stampa.
Sì, perché da anni chiedo attenzione anche ai media nazionali.
Molti a livello locale mi hanno detto chiaramente di non poter intervenire per evitare conseguenze economiche.

Oggi è sempre più difficile fare informazione libera: chi pubblica certe storie rischia querele, pressioni e conseguenze economiche.

Ci sono casi noti che dimostrano quanto sia rischioso esporsi. Anche chi ha denunciato pubblicamente situazioni scomode, come Pino Maniaci di Telejato, ha dovuto affrontare procedimenti e conseguenze per aver portato alla luce determinati meccanismi, sul CERCHI MAGICO DELLA SAGUTO 
Questo crea un effetto evidente: scoraggiare chi dovrebbe raccontare fatti potenzialmente scandalosi.

Quindi c’è un problema di libertà di informazione?
Sì.
Se i giornalisti hanno paura di raccontare certe vicende, il sistema diventa ancora più forte.
E a quel punto la legge non è davvero uguale per tutti.

Lei chiama in causa anche il tema della collaborazione dei cittadini. Perché?
Perché spesso si chiede ai cittadini di collaborare con la giustizia.

In occasione dell’arresto, dopo 30 anni di, Matteo Messina Denaro, il procuratore di Palermo Lia Sava ha dichiarato pubblicamente che latitanze così lunghe sono possibili anche per la scarsa collaborazione dei cittadini.

La mia domanda è: è questa la collaborazione che si chiede?
Perché quando un cittadino decide di esporsi, denunciare e metterci la faccia, rischia di essere isolato e trasformato nel problema. Se poi si segnalano anche possibili rapporti parentali e non si procede a verifiche trasparenti, il messaggio che passa è devastante: collaborare non conviene.

Lei ha subito anche iniziative disciplinari e giudiziarie?
Sì, con segnalazioni che ritengo infondate.

Ho ricevuto una segnalazione, proveniente dal Presidente della Corte d’Appello, articolata in più punti che sono riuscito a dimostrare privi di fondamento. Inoltre, secondo il parere di un magistrato in pensione del CSM a Roma, la modalità con cui è stata costruita quella segnalazione poteva essere letta come un atto intimidatorio. Al momento ho all’attivo 4 querele per diffamazione, tutte archiviate, ma dove ho dovuto sostenere delle spese.

Anche questo contribuisce a creare pressione e isolamento.

Lei ha ancora fiducia nel sistema?
Voglio averla e vorrei continuare ad averla.
Ma la fiducia deve basarsi sui fatti, e quelli che ho vissuto raccontano una realtà che merita approfondimento.

Cosa chiede oggi?
Chiedo verifiche, giustizia, legalità e uguaglianza.

Non chiedo di essere creduto sulla parola, ma che qualcuno analizzi davvero quello che è successo, e che in molti conoscono la verità, ma secondo loro dovrei mollare io.

Quali procedimenti sono attualmente in corso?
Il 20/04/2026 è prevista un’udienza presso il Tribunale di Roma relativa a un procedimento disciplinare che riguarda decisioni del CNDCEC.
Nel provvedimento vengono richiamati documenti che, a mio avviso, non risultano presenti nel fascicolo, perchè non esistono; per questo motivo ho richiesto accesso agli atti, ma tali richieste sono state negate.

Il 30/06/2026 è attesa una decisione penale su fatti che ritengo particolarmente gravi e già documentati in atti. In particolare, si tratta della produzione in giudizio di una ricevuta che contesto come contraffatta; a mio avviso si sta cercando di generare confusione sull’autore materiale, mentre la responsabilità della produzione in atti dovrebbe ricadere su chi l’ha depositata e sul rappresentante legale della società.

Dopo molti anni, ciò che pesa non è solo la vicenda in sé, ma la sensazione che spesso i fatti non vengano valutati pienamente nel merito.

E oggi, con il dibattito pubblico sul cambiamento, cosa si aspetta?
Mi aspetto che chi denuncia venga ascoltato, non isolato.

Perché se continuiamo a trasformare chi segnala i problemi nel problema stesso, nulla cambierà.

E aggiungo una cosa molto chiara: il rischio è quello di spingere le persone nella direzione sbagliata. Io non voglio diventare un delinquente, ma non sono disposto a chiudere un occhio.

Ad amici che mi dicevano di “metterci una pietra sopra e andare avanti”, ho risposto che in questi anni, a forza di metterci una pietra sopra, mi è arrivata l’IMU da pagare per l’enorme struttura che si è creata. 
Io non accetto compromessi. Voglio continuare a lavorare nella legalità.

In una frase: cos’è la sua vicenda?
È una domanda aperta:
in Italia chi denuncia viene tutelato o viene messo da parte? E questo sarebbe un segnale grave.

Nota della redazione:
Il Commercialista Paolo Amato dichiara di essere in possesso di documentazione, atti e registrazioni a supporto delle proprie dichiarazioni, disponibili per eventuali verifiche giornalistiche.


Foto autore articolo

Monica Macchioni

esperta di strategia della comunicazione