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Guerra, Militanza e Giovani: il fuoco che una generazione finge di non avere

Scritto da Redazione il . Pubblicato in .

  IL FUOCO SACRO della MILITANZA

in una interpretazione a cura di MANFREDI MARIA PAGANO *

Pubblichiamo qui di seguito un intervento pervenuto alla Redazione di Consul-Press a firma di un Giovane Maturando, nonché anche “un Militante”, il cui nome sembrerebbe evocare un’affinità elettiva ed identitaria con una famosa ed illuminata Casata degli Svevi.

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Ogni anno, in occasione dio  commemorazioni legate agli anni di piombo, come quelle di Acca Larentia (*1), torna puntualmente la stessa riflessione: Erano altri anni. Si moriva per gli ideali. Oggi quei tempi non esistono più, e non avrebbe senso mitizzarli.
È una frase diventata quasi rituale nei movimenti giovanili, sia extraparlamentari che istituzionali. Un modo per prendere le distanze da un passato fatto di violenza politica, sangue e odio ideologico. Eppure, dietro questa apparente maturità, si nasconde un problema molto più profondo: l’idea che la nostra generazione sia incapace di vivere la militanza con la stessa intensità di chi ci ha preceduto.

Si dice che oggi non si muore più per la politica perché il clima è cambiato. Ed è vero. Non  esiste più la paura quotidiana degli anni Settanta, non esiste più quella tensione costante che trasformava ogni sezione politica, ogni piazza e ogni scuola in un potenziale campo di battaglia. 
Oggi le guerre e le lotte si combattono principalmente sui social network, attraverso articoli online, stories Instagram e discussioni virtuali. Le occupazioni studentesche e le mobilitazioni collettive, invece, sono spesso limitate a eventi destinati a svuotarsi rapidamente, producendo risultati politici e sociali sempre più deboli all’interno di una società moderna che tende a neutralizzare qualsiasi forma di emancipazione autentica.

Ma ridurre tutto a un semplice “sono cambiati i tempi” significa ignorare una questione fondamentale: insieme alla violenza si è spenta anche una parte del fuoco della militanza.
Si è persa la disponibilità al sacrificio. Si è persa la volontà di rischiare sé stessi per qualcosa che si considera superiore alla propria individualità. La politica moderna chiede consenso, visibilità e comunicazione; non pretende più dedizione assoluta. E così molti giovani finiscono per guardare ai militanti del passato come a figure irraggiungibili, quasi
mitologiche, dimenticando che quei ragazzi erano esseri umani esattamente come noi.
E chi scrive queste parole, da diciottenne, si riconosce pienamente in quella stessa categoria di ragazzi cresciuti tra rabbia, identità e bisogno di appartenenza. 
La differenza non stava nel coraggio innato, ma nel contesto storico che li circondava. Erano giovani cresciuti in un’epoca estrema, in cui l’identità politica coincideva spesso con l’identità personale. E quando un’intera società vive immersa nello scontro ideologico, il confine tra militanza e guerra diventa sottilissimo.

Per questo è sbagliato considerare la generazione attuale “più debole” o incapace di radicalità. Al contrario, i segnali della rabbia esistono eccome. Basta osservare la cronaca: adolescenti pronti a uccidere per motivi banali, violenze improvvise, disagio trasformato in aggressività, giovani consumati da depressione, isolamento e nichilismo. Una generazione
descritta continuamente come fragile, ma che allo stesso tempo dimostra esplosioni di brutalità incontrollabile.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione della società contemporanea.
Da una parte si sostiene che i giovani siano apatici, svogliati e privi di ideali; dall’altra li si teme non appena sviluppano un’identità forte, soprattutto politica. I ragazzi “troppo tranquilli” vengono ignorati perché considerati privi di carisma. Quelli con maggiore rabbia interiore vengono isolati perché giudicati socialmente pericolosi. E chi tenta di costruire una coscienza militante spesso viene ridicolizzato, censurato o trattato come un estremista in potenza.

Il risultato è una generazione senza direzione, ma non senza energia.
Perché l’energia esiste. Esiste eccome. Il problema è che non viene incanalata verso qualcosa di costruttivo, disciplinato o ideale. Viene lasciata marcire nell’alienazione digitale, nella frustrazione economica e nella solitudine emotiva.
E una società che non offre uno scopo ai propri giovani finisce inevitabilmente per trasformare quella forza in
autodistruzione.
La parola “militanza” deriva dal latino militantia, collegata al verbo militare: prestare servizio come soldato.
Alla radice c’è il termine miles, “milite”. Non semplicemente un combattente, ma qualcuno disposto a servire qualcosa di più grande di sé.
Ed è forse proprio questo che manca oggi: non la violenza, non la guerra, ma il senso di  appartenenza.
La convinzione di avere valori, principi e ideali per cui valga davvero la pena spendersi.
Naturalmente, riconoscere questo non significa auspicare il ritorno degli anni di piombo, né glorificare la violenza politica. Significa però comprendere che una società incapace di dare ai giovani un orizzonte comune finisce per lasciarli sospesi tra apatia e rabbia.

Per questo il problema non è chiedersi se i ragazzi di oggi sarebbero capaci di combattere. La storia dimostra che ogni generazione, posta nelle giuste condizioni, è capace sia di costruire sia di distruggere. Il vero problema è chiedersi per cosa combatterebbero.
Perché un giovane senza ideali può diventare pericoloso quanto un giovane fanatizzato. Ma un giovane che possiede disciplina, identità e consapevolezza può diventare una risorsa enorme per il futuro di un Paese.
Ed è forse qui che si nasconde la domanda più inquietante: se questa generazione appare così persa, così stanca e così vuota, cosa accadrebbe se qualcuno riuscisse davvero a darle una bandiera sotto cui marciare?


 

 *MANFREDI MARIA PAGANO  –  Classe 2008 e “Romano Doc”,   
maturando in Scienze Umane indirizzo Economico Sociale in Roma. 
Appassionatemente sportivo, ex giocatore (junior) nella Lazio Rugby 1927;  
nuotatore e calciatore, già Scout Cattolico nella Parrocchia S. Emerenziana.
Già da tempo anche Attivista Politico  in ambito giovanile e studentesco,
legato al Territorio del Quartiere Trieste-Africano-Salario.

 


NOTE  A  MARGINE

(*1) Per quanto riguarda la Commemorazione di Acca Laurentia citata da Manfredi Maria Pagano – e che più volte viene rammentata anche su questa Testata –  si ritiene doveroso riproporre la lettura di un interessante intervento pubblicato in data 17,04.2024 a firma di Pietro Giubilo, ove si contestano da parte nostra con serie motivazioni sia le solite pretestuose schiamazzate fuori luogo di una “Sinistra di PoverElly” e dell’A,N.P.I. ,  sia le sciocche denunce di apologia promosse di volta in volta dalla Questura e/o dalla Magistratura ___________________G.M.