
I Legami tra ITALIA e BRASILE cementati a “A SUON DI MUSICA CLASSICA”
Scritto da Massimiliano Serriello il . Pubblicato in Arte, Cultura ed Eventi.
I vettori di affetti scanditi con la musica classica nella sede dell’Ambasciata del Brasile
Nelle funzioni svolte dalle Ambasciate con sede a Roma, oltre ad appaiare l’interazione tra rappresentanza diplomatica ed erogazione di servizi d’ordine pratico sia per i propri compatrioti residenti o in visita nel Bel Paese sia a favore dei cittadini nostrani desiderosi di scoprire le affinità elettive che suggellano i rispettivi usi e costumi insieme all’opportuno ricevimento al pubblico stabilito sulla base delle specifiche competenze amministrative, rientra appieno l’onore nonché l’onere di sostenere sul serio il dialogo interculturale attraverso l’organizzazione di eventi in grado di agire alla stregua dei prodighi vettori di affetti ed emozioni.

L’Ambasciatore del Brasile Renato Mosca de Souza, fiero di compendiare l’appartenenza ad ambedue le culture cariche di senso con le origini italiane riguardanti il nonno paterno imbarcatosi in direzione della Terra dell’oro verde in cerca di nuove opportunità trasmettendo sempre l’amore per i vincoli di sangue e di suolo, sa bene che gli strumenti della musica classica fungono da fecondi vettori di premure ed emozioni abituate ad anteporre alle parole la forza significante d’un nucleo espressivo ricco di significato.
L’ennesima, tangibile, prova del lirismo travolgente ed epidermico persino garantito dal virtuosismo trascinante connesso all’uso del violino, del violincello, della viola, dell’arpa, del pianoforte, nel fornire un’emblematica ed eterea alternativa alla voce umana mediante l’intima profondità delle composite funzioni melodiche legate tanto alla tristezza nostalgica (detta “saudade” nella Terra dell’oro verde) quanto agli immortali inni all’irrinunciabile lietezza, ha trovato la corrispondenza ideale lo scorso giovedì 19 marzo 2026.
All’interno del Salone Palestrina del Palazzo Pamphilj. Edificato grazie al carattere d’ingegno creativo di Girolamo Rinaldi. Voluto amorevolmente ed energicamente da Papa Innocenzo X. Divenuto a partire del precedente secolo breve la sede dell’ambasciata del Brasile presso lo Stato italiano.
L’intervento dell’alacre ed elegante Renato Mosca de Souza ha introdotto ai graditi ed entusiasti ospiti, avvinti già dell’imponenza barocca delle previe sale e dagli affreschi appesi sui muri al pari della ieratica severità dei busti in marmo, gli artisti in procinto di esibirsi. Per fornire in tal modo una carezzevole ed elitaria anticipazione del Rome Chamber Music Festival 2026 che si terrà al Teatro Argentina della Città Eterna dal 18 al 21 giugno. L’ingresso del celebre violinista statunitense Robert McDuffie nel Salone Palestrina, circondato dai decori, dagli stucchi, dai prestigiosi arredi d’epoca, dai tendaggi di notevole pregio, dai dettagli architettonici dall’aura solenne, quasi intimidatoria, ha rotto gli indugi.
L’incognita malcelata in merito a una performance, stringi stringi, soporifera, nonostante il rispetto emanato presso gli appassionati di musica classica dal brano Fantasia per violino e arpa Op. 124 di Camille Saint-Saëns, composto ai primordi del secolo breve a Bordighera ed eseguito a Parigi due mesi più tardi dalle complici sorelle Marianne e Clara Eissler, cede la ribalta all’inversione di tendenza.
Determinata dal vivido interesse del pubblico presente per ognuna delle quattro sezioni in possesso d’una peculiarità così spiccata e sorprendente da fornire l’impressione che pure i severi busti scultorei attigui al palco perdano con la loro mamormorea immobilità altresì la deriva minatoria associata inconsciamente all’idea d’orgoglio monumentale emanata dalla fierezza dei tratti somatici.
Nella sezione introduttiva le doti solistiche di Robert McDuffie si sono andate man mano ad amalgamare, per mezzo della
linea melodica stabilita dalle note precipue di un accordo (tonica, terza, quinta, ottava) conforme alle linee composte del violino, agli accordi spezzati dell’arpa. Pronta a distribuire step by step le note necessarie a dare fluidità al duetto. Alieno al blocco di note simultanee.
Nella seconda sezione ad attirare l’attenzione collettiva degli invitati, ormai scevri dalla reverente suggestione per la mamormorea immobilità dell’architettura imperante, hanno provveduto i passaggi pentatonici dall’andamento poderoso, a prova di sonno, dell’instancabile arpa a braccetto della brillantezza tecnica garantita da Robert McDuffie col violino padroneggiato sulla scia dell’esperienza maturata componendo concerti di musica classica alternati dalle performance di rock band ed ensemble all’insegna dell’indomita versatilità.
Nella terza sezione il violino e l’arpa paiono, secondo copione, rincorrersi per poi alternare in maniera sinergica, meno da copione, i semitoni agli accenti. Le impennate hanno fornito a Robert McDuffie lo spunto per tirar fuori dal cilindro giochi di agilità e istrionici passaggi di bravura che gli hanno forse alienato le simpatie di chi preferisce le basse tonalità dell’arpa. Che nell’ultima sezione è tornata ad accompagnare il violino. Divenuto comunque piuttosto sobrio rispetto al piglio incalzante portato ad effetto in precedenza. A cui avrebbe maggiormente giovato per imbastire un idoneo dialogo scevro da inutili cicaleggi l’ausilio da contraltare di un’intera orchestra.
Impegnata viceversa nelle vesti poco agevoli di solista Elena Matteucci alle prese col pianoforte nell’esecuzione di Simples coletânea una volta congedata tra gli applausi l’accortezza di Virginia Vignera all’arpa sulla medesima falsariga dei battimani riservati al noto violinista americano deciso a lasciare il segno anche mediante le parole di ringraziamento pronunciate con l’inconfondibile accento d’oltreoceano. L’evocazione frammista all’esecuzione della “simples coletânea” (semplice raccolta) non è certo una passeggiata di salute. Si è trattato infatti di conciliare al pianoforte ritmi e melodie agli antipodi, tipo il choro amatissimo in Brasile accoppiato ad alcuni ritmi cadenzati sull’esempio dei Maestri del Vecchio Continente, partendo da un attacco deciso. Seguito dalla pedalizzione richiesta per evocare la raccolta di tre pezzi composti dall’indimenticabile compositore carioca Heitor Villa-Lobos. Un convitato di pietra dal cuore pulsante. Che ai proseliti e agli amanti di quei tre brani ben distinti, Valsa mística, Um berço encantado e Rodante, è sembrato di ritrovare nell’atmosfera contrappuntistica.
La stessa che l’audace ed estroso compositore nativo di Rio de Janeiro usò servendosi dell’assimilamento palmo a palmo delle fondamentali opere di Bach per impreziosire la musica folklorica che risale al Nord Est del Brasile. Dove la Terra dell’oro verde cede il passo al Sertão, alle credenze, alle manifestazioni pittoresche, ai rituali tribali, all’estetica della fame di Glauber Rocha sul grande schermo, alla saggezza popolare che fa difetto agli intellettuali nella vita reale, ai capisaldi della cultura bassa. Che richiede un’impresa assai ardua ed estenuante per accoppiarla alla cultura alta. Elena Matteucci con garbo muliebre ha preferito aggirare l’ostacolo concentrandosi sulla versione universale della lezione bachiana. A onor del vero perciò si è avvertita un po’ la mancanza del canto dell’araponga simboleggiato dal Si bemolle.
Mentre il giovanissimo Alessandro Sacchetti esibendosi al violincello col gigionesco ed esperto McDuffie al violino e il coetaneo, o giù di lì, Niccolò Corsaro alla viola nei panni intermedi del contralto tenore, per eseguire il Trio per archi in Sol maggiore, op.9 N.1 nientepopodimeno che di Ludwig van Beethoven sembra far tesoro dell’elemento di giustapposizione caldeggiato dalla scuola brasiliana. Nella complessità strutturale dell’opera, ritenuta a buon diritto da tramandare ai posteri a mo’ d’imperituro esempio della correlazione tra grandezza e leggerezza concessa solo ed esclusivamente ad artisti avvezzi a conciliare poli diametralmente opposti tra loro di primo acchito, viene a galla, sempre secondo copione, il virtuosismo del violino nell’ultimo quartetto d’archi a braccetto della pacetezza armonica della viola con la speculare tensione drammatica ed esplosiva del tema denominato Adagio.

Lo scalpitante ed eclettico Alessandro Sacchetti si è viceversa trovato a suo agio in ogni passaggio col violincello.
Memore della lezione brasiliana, correlata a quella bachiana, per eludere il rischio di risultare un mero basso continuo, strumento alla mano, e ricavare linfa dall’implicito mix, frutto del sincretismo delineato ad hoc dagli alfieri della Terra dell’oro, d’inuput formali ed empiti contenutistici. Rispecchiando al meglio lo spirito della serata.
Chiusa sciamando in buon ordine negli ulteriori saloni di rappresentanza sancendo il senso d’appartenenza. Custodito dall’affinità elettiva di due culture, un tempo lontane, ormai vicine, e dalla degustazione, preceduta dal sapore chic dello champagne, dell’assoluta fragranza di presa immediata del pão de queijo.










