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Intervista a Francesco Minutillo fedele della Fraternità San Pio X

Scritto da Franco D'Emilio il . Pubblicato in , , .

                                            

Francesco Minutillo (sopra in foto, unitamente ad un suo coraggioso bestseller), noto avvocato forlivese di ampia attività professionale in tutta Italia, anche nelle battaglie civili e giudiziarie a difesa della comunità della destra politica e della fede cattolica, è da tempo fedele sostenitore nella Romagna forlivese della Fraternità San Pio X, ispirata al pensiero e agli insegnamenti del suo fondatore, monsignor Marcel Lefebvre. A questo suo impegno religioso affianca con pari efficacia l’attività di operatore culturale, quale curatore di mostre storico-documentarie di tanto successo, come La fortuna di Dante nel Ventennio (2021) e O ROMA O MORTE. Un secolo dalla Marcia (2022), rispettivamente organizzate in occasione del  VII° centenario della morte di Dante e del I° centenario della fatidica marcia mussoliniana. Di seguito, un’interessante intervista a Francesco Minutillo sull’attualità religiosa della Fraternità San Pio X.

Avvocato Minutillo, da tempo lei rappresenta e sostiene nella Romagna forlivese la Fraternità di San Pio X, la congregazione cattolica tradizionalista, fondata nel 1970 a Friburgo in Svizzera da monsignor Marcel Lefebvre e, recentemente, ancora colpita da scomunica da parte della Chiesa di Roma per aver consacrato quattro vescovi, fuori dall’autorizzazione del Papa, quali le sue argomentazioni al riguardo? 

Noi non riconosciamo alcuna validità, liceità alle sanzioni di scomunica e di scisma, per questo, al riguardo, vogliamo far chiarezza al di là delle semplificazioni giornalistiche. Innanzitutto, il Vaticano, ad opera del Cardinale Fernández, e non del Papa, ha emesso un decreto di scomunica latae sententiae, ovvero una sanzione canonica irrogata senza processo nei confronti dei nostri Vescovi, solo per aver proceduto alla loro consacrazione episcopale senza mandato pontificio. Il Vaticano sostiene anche che tale atto integrerebbe uno scisma da parte della Fraternità San Pio X (FSSPX) e che, conseguentemente, anche i fedeli che seguano la FSSPX e la legittimità di queste consacrazioni incorrerebbero, a loro volta, nella scomunica latae sententiae per adesione allo scisma. Dire ad un cattolico di essere scismatico è l’insulto più orribile. La Fraternità San Pio X, fondata da Monsignor Lefebvre (di seguito in foto) non è scismatica. Già il cardinale Tommaso de Vio, detto il Gaetano, uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa». La Fraternità non ha mai negato il Primato del Romano Pontefice: ne riconosce l’autorità, ne pronuncia il nome nella Santa Messa e gli obbedisce in tutto ciò che non comporti l’adesione agli errori modernisti, sorti dopo il Concilio Vaticano II, come l’ecumenismo e la libertà religiosa. Ad esempio abbiamo aderito al Giubileo. Anche le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio non costituiscono, di per sé, uno scisma. I Vescovi della Fraternità non pretendono alcuna giurisdizione sulle diocesi: ricevono soltanto il potere d’ordine necessario ad amministrare i sacramenti della Cresima e dell’Ordinazione di Sacerdoti, senza, quindi, usurpare alcuna prerogativa del Papa. Solo questo hanno fatto dal 1988 ad oggi.

                                                       

Ma è lecito disobbedire al Papa? Perché tanta opposizione della Fraternità San Pio X al Concilio Vaticano II e al suo infausto modernismo?

Da San Tommaso d’Aquino a Leone XIII, la tradizione cattolica insegna che l’obbedienza non è un valore assoluto. Quando un’autorità impone qualcosa rischioso per la fede o la salvezza delle anime, allora non solo è lecito, ma può diventare doveroso, necessario opporsi. Non dimentichiamo come il grande teologo domenicano Juan de Torquemada nella Summa de Ecclesia affermi: «Se il Romano Pontefice comanda qualcosa che è di per sé cattivo, cioè contrario alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime, in tali casi la separazione dal Romano Pontefice mediante la disobbedienza non è illecita e, di conseguenza, non deve essere chiamata scisma». Le consacrazioni episcopali della comunità lefebvriana, adesso contestate dal Papa, erano indispensabili per garantire la sopravvivenza della Fraternità San Pio X ( sotto l’avvocato Minutillo assieme a don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità). Senza nuovi vescovi, a breve, non sarebbe più stato possibile ordinare sacerdoti e, di conseguenza, sarebbero progressivamente scomparsi la messa tradizionale, i sacramenti tradizionali e l’insegnamento integrale della dottrina cattolica. L’alternativa sarebbe stata dipendere da Roma, accettando, almeno di fatto, gli insegnamenti del Concilio Vaticano II e del postconcilio, rinunciando, così, anche a criticarli pubblicamente. Del resto, lo stesso decreto del Vaticano, emanato dopo le contestate, “abusive” consacrazioni, impone, come condizione per il rientro nella piena comunione, una vera e propria abiura: l’accettazione del Concilio Vaticano II secondo l’interpretazione del Magistero attuale e l’impegno a non contestarne gli insegnamenti. Sorprende che, invece, non si chieda affatto la certezza di professare appieno la fede cattolica. Il Concilio Vaticano II ha segnato la vittoria del modernismo, cioè di una corrente della Chiesa, influenzata da principi di matrice massonica, come libertà, uguaglianza e fratellanza, che hanno progressivamente sostituito la centralità di Cristo con una visione umano centrica e mondana. Per noi, invece, si è fratelli soltanto in Cristo e amare il prossimo significa anzitutto desiderarne la salvezza eterna, non semplicemente vivere una pacifica convivenza o risolvere problemi materiali, pur gravi, come la fame e l’inquinamento. La Chiesa non è una Onlus di beneficenza. La sua missione caritatevole trascende questo mondo. Invece nella ricerca spasmodica dell’approvazione mondana la Chiesa ha modificato profondamente la liturgia e l’impostazione pastorale, trasformando la Messa da sacrificio di Cristo a celebrazione centrata sull’assemblea, inseguendo le eresie protestanti. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti: chiese sempre più vuote, crisi di vocazioni, seminari che chiudono, parrocchie accorpate, famiglie che non trasmettono più la fede ai figli.

                                                                   

La Fraternita di San Pio X non conosce la crisi delle vocazioni? Perché tanta avversione al pluralismo religioso? Davvero convinto che la Fraternità sia nel rispetto del Vangelo, magari pure dell’impegno francescano e dei tanti santi nel nome della redenzione morale e sociale?

La Fraternità non conosce la crisi delle vocazioni, faccio solo un esempio. Il nostro Priorato di Rimini che conta un migliaio di fedeli, quanto una piccola parrocchia forlivese, solo negli ultimi anni ha dato alla Chiesa 4 sacerdoti, tra cui il forlivese Don Marco Laghi; ora abbiamo ben 5 seminaristi (tra loro un forlivese), un frate novizio sempre di Forlì, e due suore: insomma, più dell’intera diocesi di Forlì-Bertinoro, ben cinquanta volte più grande. La crisi delle vocazioni sussiste solo dove non c’è fede. E le nostre famiglie sono numerose, molte con tanti figli. Se l’Italia e l’Europa fossero cattoliche come la Fraternità, allora veramente si ridurrebbe lo spazio per l’immigrazione. Riguardo alla nostra contrarietà al pluralismo religioso, basta restare ancora sul territorio romagnolo, dove nella  diocesi forlivese vediamo gli effetti di questa deriva. Il vescovo Corazza ha esaltato in cattedrale il cosiddetto Documento di Abu Dhabi ovvero che “Il pluralismo e la diversità di religione sono una sapiente volontà divina”, arrivando, persino, ad affermare che chi non condivide quella visione della fratellanza universale non sarebbe degno di guardare la Madonna del Fuoco, Patrona della Città di Forlì. Affermazione, questa, in pieno contrasto con il primo comandamento ovvero che la sola religione rivelata e voluta positivamente da Dio per la salvezza sia quella cristiana. Noi, invece, continuiamo a credere che la missione della Chiesa non sia seguire il mondo, ma condurre le anime a Cristo. Ed è per questo che continuiamo a difendere la Tradizione millenaria della Chiesa. Infine, sì, la Fraternità è nel pieno rispetto del Vangelo: noi non seguiamo una dottrina nuova, seguiamo la fede e la dottrina che la Chiesa cattolica ha insegnato per duemila anni. Sono i modernisti che, negli ultimi settant’anni, hanno cambiato quell’impostazione. Faccio un esempio concreto: quando io e la mia famiglia fummo gravemente colpiti dall’alluvione in Romagna del ‘23, alla domenica successiva, pur provati, riuscimmo ad andare alla Santa Messa al Castellaccio. Nell’omelia Don Gabriele D’Avino commentò in pochi secondi la catastrofe, giusto per ricordarci come certi eventi discendano dal peccato originale. Poi si dedicò totalmente alla catechesi del vangelo di quel giorno. Fu un conforto immenso e commovente il richiamo del nostro sacerdote a curare quanto avevamo di più prezioso: non la casa infangata, ma la nostra anima. Questo mentre nelle parrocchie forlivesi era tutto un berciare inconcludente. Giustissimo, poi, che lei ricordi San Francesco, una figura, però, profondamente deformata dalla lettura modernista. Quando Francesco andò dal Sultano, non vi si recò per dialogare, ma per convertirlo, dicendogli con chiarezza: «Credi in un falso dio, convertiti a Cristo». Il Sultano gli fece notare che avrebbe potuto ucciderlo, ma San Francesco era disposto anche al martirio, perché il vero amore per il prossimo consiste nel desiderarne la salvezza eterna. Questo è il significato autentico del Vangelo: amare il prossimo perché si salvi, non limitarsi a un dialogo interreligioso, fondato sul reciproco rispetto. Anche da questo, la crisi profonda della chiesa che constatiamo e che ci ha spinto, per necessità, alle Consacrazioni. Chiudo con altri due significativi esempi, motivo di ulteriore dissenso da parte della Fraternità San Pio X: vedere Papa Leone, il Vicario di Cristo, nell’aprile scorso in raccoglimento nella moschea di Algeri (sotto in foto), rivolto alla Mecca, è stato veramente umiliante; parimenti umiliante è stato assistere al Cardinale Fernández, adesso firmatario della nostra scomunica, che, pochi giorni dopo, si faceva benedire dalla cosiddetta Arcivescovessa di Canterbury, Sarah Mullally, ricevuta con tutti gli onori in Vaticano: proprio lei che da anglicana è dichiaratamente eretica, scismatica e non è mai stata in comunione. Lei sì scomunicata! Ma ormai sono situazioni quotidiane, pendant con le chitarre, i balli e altre pagliacciate in chiesa, addirittura con sacerdoti che in confessione non sanno più neppure distinguere cosa sia peccato.

                                             

Cosa dice sulla contrarietà all’omosessualità, alla “famiglia innaturale” e, cosa non da poco, sullo spiccato antigiudaismo della Fraternità? Davvero lei ha acquistato e recuperato dall’abbandono la Chiesa di Santa Maria Madre di Dio in località Massa Castello a Forlì, destinandola all’uso della Fraternità San Pio X ?

La Chiesa ha sempre insegnato che il cristiano deve amare il peccatore, ma odiare il peccato. Tutte le situazioni che lei ha richiamato sono, secondo la dottrina cattolica, situazioni di peccato mortale. Per questo il vero atto di carità non è tacere, ma indicare il peccato e invitare alla conversione, affinché la persona possa salvare la propria anima. Non farlo, come purtroppo oggi accade per conformarsi allo spirito del mondo, evitare polemiche o inseguire il consenso, significa rinunciare alla missione affidata da Cristo. È un vero e proprio atto di odio. La Chiesa non deve odiare ma amare. Non deve adattarsi al mondo, ma convertirlo. Lo stesso principio vale anche nei confronti degli ebrei. La carità cristiana consiste nel desiderare che anche loro riconoscano Cristo come Dio e la Chiesa ha il dovere di annunciare loro il Vangelo e invitarli alla conversione. Sul punto mi piace ricordare la vicenda di Israel Zolli — originariamente Israel Zoller — già rabbino capo di Roma, che si convertì al cattolicesimo nel febbraio 1945 insieme alla moglie. Dopo il battesimo assunse il nome di Eugenio Pio Zolli in omaggio a Papa Eugenio Pacelli, sia come riconoscenza per l’opera svolta dal Pontefice sia per l’esito di un lungo percorso di studio delle Scritture, culminato — secondo il suo racconto — in un’esperienza mistica durante lo Yom Kippur del 1944, quando ebbe la visione di Cristo. Infine, è vero, ho acquistato (foto sottostante con la notizia dell’acquisto che ritrae pure Minutillo assieme a Don Marco Laghi, sacerdote della Fraternità) e restaurato la Chiesa di Santa Maria Madre di Dio, in località Massa Castello a Forlì, da qui l’indicazione “Castellacccio”, mettendola a disposizione delle necessità della Fraternità. La Diocesi di Forlì con Mons. Zarri aveva venduto una chiesa ancora consacrata, con tre altari contenenti le reliquie dei santi e dei martiri, lasciandola per anni alla profanazione. La decisione maturò definitivamente quando il vescovo Corazza impedì la celebrazione della Messa tridentina del 1° gennaio 2020. In quel momento decidemmo con fermezza che non potevamo dipendere dalla volontà di chi, da un giorno all’altro, avrebbe potuto impedirci di celebrare la Messa, i sacramenti e il catechismo. Paradossalmente, proprio quel rifiuto ha reso possibile l’esistenza del Castellaccio. Se quella Messa fosse stata autorizzata, la chiesa sarebbe stata venduta poche settimane dopo e oggi sarebbe un deposito agricolo. Invece, proprio tramite l’atto di ostilità di Mons. Corazza, la Provvidenza ha voluto diversamente. Da allora, centinaia, anzi migliaia di fedeli sono passati dal Castellaccio. Vi sono state celebrate centinaia di Sante Messe, battesimi, comunioni e funerali. Un luogo destinato dalla diocesi modernista all’abbandono è tornato ad essere un luogo consacrato di culto. Ed è proprio questa la differenza, oggi visibile a tutti, tra il modo di operare della Chiesa diocesana ufficiale e quello della Fraternità San Pio X. Là, nella piccola chiesa di campagna, si conserva la vera fede; nelle grandi cattedrali cittadine vedo, invece, sempre più spesso farisei e mercanti del tempio.

                                                       

Lei è adesso esponente di rilievo, a livello locale e nazionale, di Futuro Nazionale, il nuovo partito del generale Roberto Vannacci, al quale è approdato dopo militanze, non fortunate, in formazioni della destra italiana: c’è una rispondenza maggiore tra l’appartenenza a Futuro Nazionale e quella alla Fraternità San Pio X?

Io credo che non si possa essere di destra senza essere autenticamente cattolici. E che non si può essere autenticamente cattolici senza essere di destra. A Écône, alle Consacrazioni, insieme a me, era presente anche il prof. Lorenzo Gasperini, ideologo di Futuro Nazionale, oltre che responsabile della scrittura del programma dello stesso partito. La cosa mi ha dato grande conforto e per la prima volta in un partito non mi sono sentito più solo. Non c’è bisogno di dire altro. Tuttavia, è evidente che politica e fede sono piani distinti, ma i principi che guidano l’una non possono essere in contrasto con quelli che guidano l’altra. Nella mia attività politica ho sempre seguito i miei principi, anche quando questo ha significato pagare un prezzo in termini di consenso o di carriera. In Fratelli d’Italia lo scontro più duro nacque proprio dalle mie critiche pubbliche, come segretario provinciale forlivese, nel 2019 al Vescovo Corazza e alle scandalose celebrazioni liturgiche che avvenivano a San Mercuriale. Nel partito venni contestato, ironicamente da esponenti della massoneria, perché non bisognava scontentare il cosiddetto voto cattolico, “tanto preziosamente utile”. In quel momento compresi che quella non era più la mia casa politica e me ne andai pochi mesi dopo. Da allora mi sono dedicato alle battaglie civili e giudiziarie a difesa della comunità della destra e della fede cattolica, come il processo contro Mons. Castellucci per la mostra blasfema di Carpi o quello per la profanazione dell’ostia consacrata e del miracolo eucaristico, avvenuta a Savarna nel Ravennate: processo, quest’ultimo, nato da un esposto contro Mons. Ghizzoni. È stato un percorso perfettamente coerente. Oggi in Futuro Nazionale (nelle foto sottostante Minutillo con l’amico militante Vinicio Pala) ritrovo quello spazio di libertà che cercavo. È un partito nel quale un cattolico può essere tale fino in fondo, perché è un partito di destra autentica. Non abbiamo bisogno di esibire lo scudo crociato come simbolo: la Croce è già impressa nei nostri cuori.

                                                   

 


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Franco D’Emilio

Storico, narratore, una lunga carriera da funzionario tecnico scientifico nell’Amministrazione del Ministero per i beni e le atiività culturali