
Intervista a Lorenzo Gargano sui toni noir di Rotten Tree,
a cura di Massimiliano Serriello
Scritto da Massimiliano Serriello il . Pubblicato in Cinema, Musica e Teatro.
Il mix d’immaginazione ed esplorazione ad appannaggio del regista Lorenzo Gargano
Lorenzo Gargano dietro la macchina da presa trae partito dal fattore d’influenza emozionale garantito dell’ancestrale sentimento d’insicurezza connesso alla suspense. Nel cortometraggio Shot è riuscito ad appaiare la capacità di scrivere con la luce, per immergere gli spettatori nelle atmosfere cupe in cui affiora una viva tensione frammista agli speculari contrasti chiaroscurali, insieme all’uso virtuoso ed evocativo del suono diegetico. Rintracciabile nello sparo di pistola del titolo, riferito altresì allo “shottino”, il cicchetto tracannato da un killer franco di cerimonie nel bancone del locale dove lavora come barman l’ex ladro d’appartamenti impersonato da Francesco Rodrigo.
In tal modo il suono interno alla vicenda narrativa, dispiegata all’insegna dell’attesa angosciosa, diviene un elemento narrativo ed esplorativo degno di rilievo. Nell’esordio nel lungometraggio sancito dal noir introspettivo Rotten Tree, suggellato dalla correlazione dei suoni interni ed esterni alla storia raccontata altresì attraverso l’arguta scrittura per immagini, Lorenzo Gargano torna a dirigere il motivatissimo Francesco Rodrigo nelle vesti d’un attore legato agli sbagli commessi da ragazzo sul cemento delle strade a braccetto dei sodali di goliardiche ed efferate bravate.

La mescolanza dei generi, dall’amato noir alla black comedy, dal thriller intimo all’apologo sui vincoli di sangue e di suolo, contribuisce, al pari dell’implicita riflessione metacinematografica, ad annettere diversi mutamenti di prospettiva in base ai compositi virtuosismi tecnici. Intenti ad accrescere la suspense. L’arguto ricorso allo split screen, ovvero lo schermo diviso chiamato in causa dal pluralismo dei punti di vista d’ascendenza pirandelliana, spiana dunque la strada alla cura certosina dei dettagli, alle correzioni di fuoco, riuscendo ad accorpare due piani narrativi distinti con l’inquadratura a diottria divisiva, ad alcuni calibrati movimenti di macchina che incidono, intrinsicamente, sulle dinamiche di ricezione degli spettatori. Scossi dall’esplorazione della colpa e dell’espiazione, attratti dalla risoluzione dell’enigma, coi nodi che vengono al pettine palmo a palmo, incuriositi dallo svelamento della maschera dietro le quinte, conquistati dall’attitudine della recitazione a stabilire connessioni genuine ed empatiche. Balza perciò agli occhi l’intesa palesata da Francesco Rodrigo unitamente ad Alessandro Sardelli e Manuel Rulli.
Nel ricordo dei disvalori convertiti in valori sulla scorta dei palesi feticismi visivi, col tormentone dell’inquadratura dal basso all’alto cara al nume tutelare Quentin Tarantino sugli scudi. Alla stregua dell’altalena degli stati d’animo e dei sagaci stilemi. Riscontrabili step by step nei siparietti grotteschi ed eccentrici, nell’avvincente trapasso di toni, negli attacchi di sarcastica ilarità, nel nerbo drammatico, nella risolutiva psicopatologia, nel concorso recato dal mondo interiore del protagonista. Abitato da Francesco Rodrigo con un’alta carica emotiva. Nell’ambito d’una sovraesposizione sociale e morale che presiede al rapporto tra immaginazione e immagine. Padroneggiato in cabina di regìa da Lorenzo Gargano amalgamando la sensibilità soggettiva alla crudezza oggettiva. La sensibilità estetica alla distinzione della realtà dalla finzione. Il potere dello sguardo all’immersione dell’auricolarizzazione. Ed è perciò interessante raccogliere la testimonianza di un giovane regista dalle idee chiare eletto ad autore abituato a perseguire i punti d’ascolto e i piani figurativi congiunti al mix d’immagine, d’immaginazione, di comprensione ed esplorazione.
Nella didascalia introduttiva, Lorenzo, chiami in causa nientepopodimeno che Marco Aurelio in Ricordi («Dal mattino incominci a dire a te stesso: incontrerò gente vana, ingrata, violenta, fraudolenta, invidiosa, asociale»). Le perle di saggezza d’un Gigante della Storia servono per sostituire il tuo pensiero o per rafforzarlo mettendo in chiaro la necessità di tener subito conto di chi agisce con l’inganno in un confine molto sottile tra pietà ed empietà?
R / Citare Ricordi di Marco Aurelio è stato un modo per mettere a fuoco il mio pensiero. L’inserimento nel film è nato in maniera del tutto naturale. Mentre sviluppavo la storia di Rotten Tree stavo leggendo l’opera di Marco Aurelio e, più passava il tempo, più cresceva in me un’ossessione per il contrasto tra ciò che leggevo e ciò che scrivevo. È stato come costruire un ponte tra me e Giulio, il protagonista, una specie di tentativo per entrare in dialogo con lui, per avvertirlo e aiutarlo. La citazione iniziale funziona da soglia d’ingresso: l’avvertimento che si sta per entrare in un mondo spietato, dove il confine tra pietà ed empietà è sempre più sottile e diventa difficile capire da che parte stare, se davvero esiste una parte in cui stare.
Passare dalla teoria alla prassi scandagliando il genere noir, imperniato sul tema dell’inganno e del disinganno, che hai amato prima come cinefilo, ti ha permesso in cabina di regìa d’approfondire nella messa in scena personale il concetto dei mondi lucenti dal di fuori e imputriditi dal di dentro?
R / Assolutamente, ritengo il noir il genere cinematografico che più mi influenza, partendo dai classici di Billy Wilder fino ad arrivare al contemporaneo neo-noir sudcoreano di Park Chan-Wook e Kim Jee-Woon, giusto per citarne alcuni. Il noir racchiude il contrasto che più mi interessa esprimere: l’ossessione per l’estetica della messa in scena e, al tempo stesso, il marcio dell’essere umano e delle sue azioni. Mentre scrivevo Rotten Tree non mi curavo di incasellarlo in regole precise di un genere definito, poi rileggendolo mi sono reso conto di quanto alcuni stilemi del noir fossero profondamente presenti nella storia. Questo mi ha permesso di sviluppare una mia visione personale, contemporanea e classica allo stesso tempo. Ad esempio l’uso di lunghe inquadrature fisse richiama un certo classicismo, ma è anche una presa di posizione rispetto a una deriva culturale dominata da movimenti di macchina frenetici, da montaggi epilettici e da fugaci contenuti social; dove la forma domina la sostanza, specchio di una società in cui l’apparenza prevale sui valori, un tema centrale anche nel noir. Sentivo quindi il bisogno di rallentare e prendermi il mio tempo. Il noir mi ha aiutato a trovare il giusto ritmo.
In effetti la prevalenza della contemplazione sul dinamismo dell’azione rientra appieno nei tratti distintivi del genere noir. Al pari della capacità di scrivere con la luce. Che, oltre a far parte integrante della cifra stilistica ed espressiva di Park-Chang Wook i collaborazione col fidato direttore della fotografia Jung Jung-hoon, contraddistingue il tuo previo cortometraggio Shot. Quanto conta per il tuo modo di girare l’attitudine a definire forti ed emblematici contrasti tra zone illuminate e zone d’ombra?
R / Conta moltissimo. Credo che il cinema viva soprattutto di contrasti e in Shot questo è sicuramente il tema centrale. La cosa che più mi interessava era creare la giusta tensione e, visivamente, abbiamo lavorato su una fotografia narrativa, dai toni angoscianti. Spesso oggi vedo una ricerca quasi ossessiva del realismo, della “verità”. Ma il cinema non è la realtà: tutto dipende dallo sguardo personale del regista e da ciò che sente, un’emozione o una sensazione. Io, prima di tutto da spettatore, al cinema non cerco la realtà: cerco emozioni. E la giusta atmosfera serve proprio a questo: a dare una prima chiave di lettura emotiva.
In Shot emerge altresì l’ampio risalto che dai all’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici. Unire entrambe le caratteristiche, conferendo alla percezione della realtà degli spettatori un’esperienza immersiva, contribuisce ad approfondire l’esplorazione del lato oscuro caro pure a George Lucas in Guerre stellari?
R / Come per il discorso di una fotografia narrativa, per me l’importanza del suono in questo senso è altrettanto fondamentale. E nel suono includo anche il silenzio, ovviamente. A volte i silenzi nel cinema possono fare più rumore di qualunque altra cosa. In Shot, come dicevo, il tema centrale sono appunto i contrasti, e anche per il sonoro abbiamo lavorato in questa direzione, unendo una colonna sonora con suoni dirompenti e amplificati a silenzi e piccoli rumori di scena. Marco Fiore, che ha curato le musiche, ha centrato pienamente ciò che mi interessava raccontare, facendo un lavoro incredibile. L’intento era quello di scavare nella paura del protagonista e trasmetterla a chi guarda. Il suono non solo ti fa entrare nelle sensazioni di un personaggio ma ti fa anche vedere il mondo attraverso la sua percezione. In questo senso il lavoro sul suono nei primi Star Wars rappresenta un esempio straordinario di costruzione dell’immaginario, segnando sicuramente un prima e dopo nel cinema. Ci sono anche molti film che amo in cui il suono è protagonista della storia, uno su tutti Blow Out di Brian De Palma.
D’altronde pure in Rotton Tree oltre alla voice-over dell’alacre Francesco Rodrigo, nel ruolo del tormentato attore che ritiene il luogo in cui è cresciuto un albero marcio incapace perciò di dare buoni frutti, sono i suoni relativi alle onde del mare e del clapson, al termine dell’incubo a occhi aperti, ad avvolgere l’inizio dell’assunto col rallentamento del tempo giustapposto al flusso dei pensieri venuti a galla. Lo split screen successivo, che mostra nel medesimo quadro il conduttore televisivo avverso ai femminicidi e il personaggio interpretato da Francesco immerso nella solitudine alle prese coi pezzi del domino predisposti a incastrarsi, permette, accrescendo il “mentre”, d’impreziosire il gioco geometrico dell’intreccio imperniato anche sul metacinema?

R / Siamo in un contesto in cui la televisione e i social costruiscono continuamente modelli che finiscono per influenzare il modo in cui percepiamo noi stessi e il mondo. Spesso fatichiamo a filtrare questi messaggi, senza renderci conto che si tratta di una realtà distorta. Tendiamo ad associare la felicità al successo, alla fama o alle ricchezze, e a pensare che chi è più esposto valga di più. In Rotten Tree lo split screen di cui parli, dove da una parte vediamo l’elogio televisivo del conduttore nei confronti del protagonista e dall’altra la sua solitudine e inquietudine, nasce proprio per evidenziare questa distorsione. Il cinema è un potentissimo strumento sociale, che può e deve far riflettere sulle difficoltà umane e sociali, anche attraverso il genere.
Attraversando il genere noir ricorri spesso al cosiddetto “trunk-shot”, o per meglio dire “low-angle” perché effettivamente non c’è un bagagliaio alla Quentin Tarantino quando inquadri dal basso verso l’alto Giulio insieme ad Alessandro Sardelli nei panni del ladro d’appartamenti Matteo che uccide a sangue a freddo e al compare Riccardo impersonato da Manuel Rulli restio invece ad accoppare lo stordito Carlo mentre dorme. Come hai conciliato le specifiche connotazioni di determinate tecniche con la direzione degli attori?
![]()
R / Mi fa sorridere questa domanda perché sul set, ogni volta che dovevamo stabilire un’inquadratura, venivo preso in giro dalla direttrice della fotografia Jessica Giaconi e dall’operatore Luca Oliviero, che mi anticipavano dicendo: “low angle, giusto?”. È sicuramente il tipo di inquadratura che più mi affascina, per la sua potenza e versatilità narrativa. Poi certo credo che per molti della mia generazione che amano il cinema, Quentin Tarantino sia stato un punto di riferimento importante anche per una certa cifra stilistica, e quindi di conseguenza anche per l’uso del trunk-shot. In Rotten Tree c’è sicuramente una predominanza di questo tipo di tecnica, utilizzata per enfatizzare una sensazione di disagio e di minaccia imminente, anche in momenti in cui i personaggi si comportano in modo goliardico. Con gli attori devo dire c’è stata una sintonia straordinaria, ho lasciato molto spazio all’improvvisazione, sia perché avevo bisogno io per primo di imparare dal loro talento, sia perché attraverso un dialogo sincero riuscivamo sempre a trovare un punto d’incontro. Durante le riprese nella grandissima maggioranza dei casi non chiedevo loro di adattarsi alla macchina da presa, ma di concentrarsi soprattutto sul personaggio e sulla situazione, lasciando che fosse poi l’inquadratura e il montaggio a valorizzare ciò che portavano in scena. Ci sono stati però alcuni momenti in cui invece era essenziale per la storia che loro comunicassero con la macchina da presa, come ad esempio nella scena da te citata c’è una situazione (ovviamente in low angle) in cui volevo che gli attori guardassero fisso in macchina, non per rompere la quarta parete, ma per suscitare un disagio nello spettatore nei confronti di una follia e stupidità dei personaggi. Anche se mi preme molto avere un controllo preciso sull’inquadratura, sui movimenti di macchina e sul montaggio, per quanto riguarda la recitazione preferisco ascoltare molto gli attori e il loro punto di vista. A differenza degli oggetti, gli attori portano con sé un’anima, e cercare di ingabbiarli completamente dentro una sola visione rischia, secondo me, di limitare la scena e l’emozione che può generare.

Francesco Rodrigo, nel ruolo dell’attore con gli scheletri nell’armadio, che individua nelle tessere del domino regalatagli quando era piccolo dal nonno una via di salvezza, sembra abitare il personaggio portandoselo a casa. Ritieni che l’immersione fisica e mentale degli interpreti, al di là dell’opportuno carattere d’autenticità, agevoli il regista assurto ad autore a tenere salde nelle proprie mani le redini sia del racconto sia della propria cifra stilistica dietro la macchina da presa?
R / Sì, credo che questo tipo di immersione da parte dell’attore agevoli il regista nel concentrarsi sul racconto e sulla costruzione del film durante le riprese. Francesco Rodrigo ha fatto un lavoro incredibile, cucendosi addosso un personaggio molto complesso. Io e Francesco ci siamo compresi subito sulla direzione da prendere per Rotten Tree. E infatti, una volta spiegatogli ciò che mi interessava raccontare e l’atmosfera che volevo definire, sul set tra noi due bastavano davvero poche parole per ottenere il risultato che cercavamo. So che per lui è stato molto doloroso scavare dentro un personaggio del genere, perché inevitabilmente riapre cicatrici profonde del proprio vissuto. Francesco si è immerso completamente nel progetto e ha dato tutto, contribuendo al film anche oltre il proprio ruolo, aiutandomi a individuare parte del cast. La cosa fondamentale tra noi è stata una totale fiducia sul set. Francesco lavorava sul personaggio, io su come inquadrare e costruire la storia intorno a lui.
Alessandro Sardelli, segnalato da Francesco Rodrigo con cui aveva già condiviso il set nel cortometraggio Guerra tra poveri, recita con disinvoltura nel ruolo dell’amico di vecchia data di Giulio dedito all’omicidio a sangue freddo. Anche lo sguardo tagliente d’un attore che passa in maniera fulminea dalla quiete goliardica alla vena predatoria garantita dalla mobilità esplosiva del volto, costituisce una risorsa per gli autori intenti ad accorpare la recitazione all’esplorazione degli esami comportamentistici?

R / Indubbiamente Francesco Rodrigo, Alessandro Sardelli e Manuel Rulli hanno un grande talento unito a una forte dedizione per la recitazione. Tutti e tre insieme riescono a creare un’ottima sinergia in scena, essendo legati anche da una lunga amicizia. Alessandro è una persona straordinaria, sia umanamente che professionalmente. Sul set mi ha colpito subito la sua capacità di passare in un istante da un’emozione all’altra. Lavorare con lui è stato molto stimolante e la sua forte espressività, nel dare vita a un personaggio sopra le righe, mi ha aiutato nell’intento di costruire in Rotten Tree un’atmosfera a tratti pulp. Incarnando la follia del suo personaggio, Alessandro riesce a trasmettere in modo efficace proprio la sensazione di imprevedibilità, elemento centrale nella storia, che si muove su un confine pericoloso, dove il rischio è quello di scivolare in conseguenze irreparabili. Un attore espressivo, intelligente e consapevole come lui riesce indubbiamente a lasciare un segno nello spettatore, contribuendo in modo significativo al film.










