
“L’Arte come Conoscenza” nel debutto narrativo di Carlo Morriello
Scritto da Lisa Bernardini il . Pubblicato in Libri, Media e Rassegna Stampa.
Carlo Morriello, nel suo romanzo d’esordio Oltre l’ombra dei colori, intreccia arte, mistero e riflessione esistenziale nella Napoli di fine Ottocento. Attraverso la vicenda del pittore Michele Castaldo, l’autore costruisce un racconto che dialoga con la tradizione del romanzo psicologico, con il fascino della pittura simbolica e con il rapporto profondo tra identità e memoria. Ne nasce un’opera che usa il mistero non soltanto come motore narrativo, ma anche come strumento per interrogare il senso della verità, della creazione artistica e delle radici personali.

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In Oltre l’ombra dei colori l’arte sembra assumere quasi una funzione rivelatrice, come se il dipinto custodisse verità che sfuggono persino al suo autore. Quanto ha influito, nella costruzione del romanzo, la tradizione simbolista e decadente europea?
Nel romanzo quell’influenza è stata certamente importante, anche se non è nata da un intento programmatico. Non mi sono detto: voglio scrivere un romanzo simbolista o decadente. Piuttosto, mi interessava un’idea che attraversa molta letteratura e arte di fine Ottocento: la convinzione che la realtà visibile non esaurisca la realtà stessa e che dietro ciò che vediamo esista un livello più profondo, ambiguo e difficile da interpretare.
Il Simbolismo e il Decadentismo europei hanno spesso attribuito all’arte una funzione quasi conoscitiva: l’opera non come semplice rappresentazione del mondo, ma come strumento capace di rivelare qualcosa che la ragione da sola non riesce a cogliere. In Oltre l’ombra dei colori questo aspetto emerge attraverso i dipinti di Michele.
Le sue opere non diventano elementi soprannaturali in senso stretto; sono piuttosto specchi, luoghi nei quali affiorano paure, ricordi, identità nascoste e verità che il protagonista stesso non è ancora pronto ad accettare.
C’è poi un altro elemento che mi interessava molto: la crisi dell’identità tipica della sensibilità decadente. Michele parte convinto di conoscere sé stesso e il proprio posto nel mondo, ma nel corso della storia scopre che la realtà è meno stabile di quanto credesse. In fondo il romanzo pone una domanda che appartiene molto a quella stagione culturale: siamo davvero ciò che crediamo di essere o esiste una parte di noi che resta nascosta persino ai nostri occhi? E credo che proprio lì, in quello spazio di incertezza, nasca il mistero più profondo del romanzo.
Napoli emerge nel libro come una città sospesa tra vita e morte, sacro e profano. Quanto è stato importante il patrimonio culturale e antropologico napoletano nella definizione dell’atmosfera narrativa?
Il patrimonio culturale e antropologico napoletano è stato fondamentale, perché la mia Napoli nel romanzo non è semplicemente uno sfondo ma una vera coprotagonista. Mi interessava raccontare una città che vive costantemente sul confine: tra fede e superstizione, luce e ombra, razionalità e mistero.
Napoli possiede una relazione particolare con temi come la memoria, la morte e il sacro, che convivono con la quotidianità in modo molto naturale. Questa dimensione mi ha permesso di costruire un’atmosfera nella quale il lettore, proprio come Michele, si trova continuamente a chiedersi dove finisca la realtà e dove inizi qualcosa di più profondo e sfuggente. In fondo era il luogo ideale per una storia in cui le verità restano nascoste e aspettano il momento giusto per emergere.
Il percorso di Michele Castaldo richiama, in alcuni passaggi, una sorta di viaggio filosofico verso la conoscenza di sé, vicino al mito platonico della caverna. Ci sono stati riferimenti filosofici o letterari precisi che hanno guidato la scrittura?
Sì, alcuni riferimenti hanno certamente accompagnato la scrittura. Il mito della caverna di Platone è uno dei più evidenti, perché Michele compie un percorso che lo porta gradualmente a mettere in discussione ciò che credeva vero. A volte la conoscenza non coincide con una conquista rassicurante: significa perdere certezze e accettare una realtà più complessa di quella che si era immaginata.
Mi affascinava anche l’idea che l’uomo non sia completamente trasparente a sé stesso. In questo senso, pur trovandoci alla fine dell’Ottocento, si sfiora quel clima culturale che di lì a poco avrebbe trovato espressione anche nelle riflessioni sull’inconscio: nel romanzo i dipinti sembrano portare alla luce qualcosa che Michele ignora di sé, come se l’arte riuscisse a rivelare ciò che la coscienza tende a nascondere.
Dal punto di vista letterario, mi affascinava anche un’idea presente, in modo diverso, in Il ritratto di Dorian Gray, ad esempio: l’opera d’arte che smette cioè di essere soltanto un oggetto estetico e diventa uno specchio di qualcosa di più profondo. E poi c’è il tema del labirinto, che attraversa tutta la vicenda: Michele cerca la verità, ma non la raggiunge seguendo un percorso lineare; ci arriva attraverso smarrimenti, deviazioni e ritorni. In fondo, credo che anche la conoscenza di sé funzioni così.
Tuttavia questi riferimenti non sono ovviamente elementi teorici o esplicativi: agiscono dentro la storia, nei conflitti del protagonista e nelle sue scelte, più che nelle idee espresse direttamente.
Nel romanzo la memoria sembra agire come una forza sotterranea che ritorna sempre, prima o poi, a reclamare spazio. Il motto veritas filia temporis diventa quasi una chiave interpretativa dell’intera vicenda: che significato assume oggi, secondo lei, questo concetto in una società dominata dalla velocità e dalla superficie?
Credo che oggi veritas filia temporis sia un concetto ancora molto attuale, forse persino più di quanto fosse in passato. Viviamo in una realtà dominata dalla velocità, dall’immediatezza e da una continua sovrapposizione di informazioni, nella quale spesso abbiamo l’illusione di poter comprendere tutto subito. Eppure alcune verità hanno bisogno di tempo: tempo per emergere, per essere comprese e anche per essere accettate.
Nel romanzo questo principio agisce sia sul piano narrativo sia su quello umano. Michele scopre che ci sono cose che possono essere nascoste, ignorate o rimosse, ma non cancellate davvero. Prima o poi trovano un modo per riemergere. Credo che questo valga ancora oggi: possiamo vivere sulla superficie delle cose, ma ciò che ci riguarda profondamente finisce quasi sempre per chiedere di essere guardato.
Per concludere, la figura dell’artista, nella letteratura, è spesso associata a inquietudine, isolamento e ricerca interiore. Michele Castaldo si inserisce in questa tradizione oppure rappresenta anche una critica romantica dell’idea stessa di artista?
Michele si inserisce certamente in quella tradizione dell’artista inquieto, perché vive una continua tensione interiore e attraversa momenti di dubbio, smarrimento e ricerca. Però non volevo costruire la figura dell’artista come quella di un individuo “maledetto” o separato dal resto del mondo.
In parte c’è anche una riflessione critica su quell’immagine romantica. Michele non cerca soltanto l’arte o il successo: cerca di comprendere sé stesso, le proprie radici e il significato di ciò che gli accade. La sua fragilità non nasce dall’essere un artista, ma dall’essere umano. Credo che il romanzo, in fondo, suggerisca proprio questo: l’arte non rende necessariamente speciali o diversi dagli altri; può però diventare uno strumento capace di portarci davanti a ciò che, spesso, preferiremmo non vedere.











