
Massimiliano Serriello intervista il cast del film “Nel tepore del ballo”
Scritto da Massimiliano Serriello il . Pubblicato in Cinema, Musica e Teatro.
L’INTERAZIONE TRA DISTANZA E VICINANZA DI PUPI AVATI
INSIEME A UN CAST CONCENTRATO SUL RINNAMORAMENTO
Non è la mera celebrazione di un fallimento l’ultima fatica di Pupi Avati in cabina di regìa, Nel tepore del ballo, bensì un film sul rinnamoramento. S’intitola infatti Rinnamorarsi il libro che ex ante l’autore bolognese, giunto alla soglia delle ottantotto primavere, intervallando l’ampia ed esaustiva attività cinematografica alla gradita ed estemporanea attività letteraria, ha scritto confessando in chiave elegiaca i palpiti dell’amore avvertiti anche, se non soprattutto, con l’avanzare degli anni.
L’inno alla tenerezza è veicolato in itinere ed ex post nel trapasso dalla letteratura alla Settima Arte. Adattando il concorso recato dalla capacità di stupirsi alla caduta dalle stelle alle stalle d’un conduttore televisivo di successo costretto a riconsiderare determinate priorità dall’esorbitante scandalo finanziario in cui è rimasto coinvolto a causa dell’irresponsabiilità congenita esacerbata dal deleterio delirio d’onnipotenza dovuto allo stordimento portato ad effetto dalla vana fabbrica dei consensi del piccolo schermo.
Il drastico ridimensionamento innesca il rinnamoramento nei riguardi della prima moglie. Connessa al ricordo dell’età verde. Al tepore del ballo nel rigoglio della giovinezza. Prima che il calore muliebre venisse rimpiazzato dalla narcisistica voglia di mettersi in mostra, di strappare entusiasti ed effimeri applausi, d’incantare milioni di spettatori, ghermendone il fragile controllo emotivo, alla maniera dei cinici monarchi della tv.
L’incipit ambientato a Jesolo, all’inizio degli anni Settanta, ripercorre le fasi immediatamente precedenti alla nascita del futuro monarca della televisione, spodestato a causa del becero incaponimento dell’inopportuna moralità economica che prima o poi dà il benservito agli arrivisti di turno, raggomitolandosi sull’amarcord delle numerose tende frammiste agli esigui ombrelloni, degli ampi spazi della spiaggia, dell’atmosfera d’epoca, con le aeree selvagge contemplate dall’ordine naturale delle cose a un tiro di scoppio, l’arenile esteso a raggiera nella zona di levante. Dove l’immaturo futuro padre del monarca spodestato, Gianni Riccio, denominato semplicemente il Mister dai proseliti allergici ai dispendi di fosforo che ne ammirano gli interventi di emergenza per salvataggi in mare parallelamente ad alcune imprese sportive in ambito dilettantesco che imperversano nel microcosmo della provincia, miete conquiste femminili. Compresa una ragazzetta dalla salute precaria in dolce attesa. La morte per parto, l’assunzione in zona Cesarini della responsabilità, l’aiuto ricevuto al riguardo dalla prodiga sorella, interpretata con toccante intensità da Lina Sastri, la partenza per la Germania, nella tenue speranza di fare fortuna, il funesto ritorno in una bara pongono la parola fine all’esistenza del Mister col volto e il fisico del tipo da spiaggia incarnato attraverso un’ottica crepuscolare da Raoul Bova.
Nella valigia postuma del velleitario Casanova dello stabilimento di Jesolo, che ha coniugato anzitempo la vita all’imperfetto illudendosi di far girare la ruota della fortuna a vantaggio dei vincoli di suolo e di sangue, al contrario del cibo avariato mischiato agli indumenti dismessi simbolo di atroce ed estrema solitudine tralignata in abrutimento, resta da conservare a imperitura memoria il mangiacassette con la voce registrata della madre morta mettendo al mondo Gianni. Divenuto in seguito lo spietato conduttore televisivo dedito all’arrivismo strategico.
Sulla medesima falsariga dell’avvenente collega, denominata “La Morta”, una volta sfiorita, altresì per il calo d’audience col quale ha dovuto obtorto collo fare i conti. Isabella Ferrari sciorina una performance sussurrata. Raccontando per mezzo dello sguardo cerbiattesco ferito, solcato dalle profonde ma compenetranti rughe d’espressione, i mesti trascorsi della prima moglie di Gianni Riccio. Pronta a offrire lo stesso conforto con una carezzevole lettera in carcere al controverso monarca in catene.
Nel caso di Guliana De Sio, bravissima anche lei benché in virtù d’una prova viceversa sopra le righe intenta ad aderire all’improntitudine dell’inarrestabile “Morta” ricondotta in auge dalla tendenza a convertire le difficoltà in opportunità, non sono certo le movenze stanche ed eleganti a incidere dal punto di vista analitico ed evocativo. Né la grazia malinconica.
È il sarcasmo romanesco a dare il timbro desiderato alle battute di spirito perennemente in canna della conduttrice televisiva focalizzata sul successo. Con buona pace di qualsivoglia etica. Delle relazioni umane che preferiscono il buon vivere al fuorviante bel vivere. Alimentato dal febbricitante rafforzamento della posizione di potere. Dall’inclinazione malcelata a deridere la fragilità del prossimo, a trarne vantaggio trasformando l’imbarazzo appaiato al dolore sincero in un menzognero coefficiente spettacolare. Alieno, sia in prassi sia in spirito, alla rassegnazione attiva. Che, nel momento della verità, quando prende piede, simultaneamente all’immersione nel dietro le quinte dello studio televisivo che paga dazio alle idee attinte sottobanco a Perdiamoci di vista di Carlo Verdone e L’uomo in più di Paolo Sorrentino, la fragranza dell’originalità rintracciabile nel sottotesto visivo, scalza così la manipolazione della realtà. Anche se permane nell’aria la deleteria sensazione di déjà vu, a fronte di ulteriori spunti scopiazzati alla bell’e meglio da Tootsie di Sydney Pollack, a scapito del carattere d’ingegno creativo del venerando Pupi Avati. Che in cabina di regia alterna la sensibilità al sensibilismo talora un po’ stucchevole.
Il monito asciutto ed essenziale riguardo gli effetti collaterali rintracciabili nella spietatezza professionale alla favola troppo programmatica ed edificante. La piega persuasiva degli eventi apparentemente minimi, in realtà rivelatori, che consentono ai nodi di venire al pettine, accostata ad ampollosi nodi alla gola francamente assai poco persuasivi.
A differenza del carattere d’autenticità delle tribolazioni intime, dei vagheggiamenti collettivi, del frastagliato cammino del cinico monarca dell’incorrergibile piccolo schermo, incarnato per sottrazione dall’alacre Massimo Ghini, dei ricatti esorcizzati dall’inopinato monito di dignità, dal ribaltamento del deprecabile cinismo relazionale con l’ausilio dell’amicizia genuina. Certificata dall’inattesa psicotecnica recitativa di Sebastiano Somma nei panni dell’amico di sempre dell’ormai deposto monarca che, perdendo la tinta dei capelli falsamente color corvino sotto la doccia del carcere con le cuticole aperte riversate ai piedi dell’ennesimo gigante d’argilla, sembra riscoprire, seppur a denti stretti, le dinamiche del garbato corteggiamento pudico imperniato tramite gli indicatori congiunti ai movimenti e al sottosuolo dei gesti nel gioco di delicatezza, calore ed empatia del susseguirsi degli inobliabili passi.

Quei passi risulterebbero smielati e irrimediabilmente lacrimevoli, forse addirittura soporiferi, se non subentrasse a supporto degli antichi sfioramenti, sopravvissuti all’impervia prova del Tempo, il concetto operativo ed esplorativo di rinnamoramento. Profuso dall’arzillo nonnino Avati. Che, conservando intatto lo slancio di (ri)scoperta del Fanciullino di Pascoliana memoria che alberga pure in ciascuno di noi, contrappone l’implicita interazione tra distanza e vicinanza fisica ed emotiva alle modalità esplicative della priorità assoluta affibiata dagli alfieri della moralità economica al rating.
Ed è stato perciò utile il confronto con Pupi Avati e il suo motivato ed eterogeneo cast. Nell’ambito di un’intervista improntata a decodificare le scelte stilistiche ed espressive conformi al cinema di parabola, caro ad Avati, ad afferrare completamente la valenza del lavoro di sottrazione della recitazione incline ad avvolgere persino il lieve incrinare delle sopracciglia all’altalena degli stati d’animo, gremiti di suggestioni, a cogliere il contraltare costituito dalla spiccata propensione alla teatralità. Attigua, né più né meno della vocazione a esibire i batticuore senza fltri pleonastici, all’abitudine dei forti coi deboli e dei deboli coi forti a servirsi delle appassite creature incurvate dal peso di una vita sovente dolente come dei gradini del trucido successo. Salvo poi cedere la ribalta alla virtù di rialzarsi e mutare davvero segno.
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Signor Avati, aver scritto un libro sul rinnamoramento le è poi tornato utile girando Nel tepore del ballo per ridifinire l’egemonia della tenerezza spontanea sul rigido controllo dell’immagine?
PUPI AVATI / Il libro sul rinnamoramento, come spesso mi capita quando passo dalla scrittura per immagini alla scrittura canonica, è stato, commercialmente parlando, un grande insuccesso. E ha influenzato il modo in cui ho girato questo film anche perché imperniato sull’insuccesso d’un uomo di successo nel recente passato che dapprincipio per tornare in auge vuole sfruttare a livello mediatico la solidarietà offertagli con una lettera quando languiva in prigione dalla prima moglie, conosciuta ai tempi dell’età verde estranea al cinismo dettato dall’arrivismo, finendo per rinnamorsene davvero.
È partito tutto da un momento della mia vita nel quale mi sono reso conto che l’esistenza di per sé merita un rinnamoramento. E, nel mio caso specifico, una riconsiderazione riguardo quella che fu l’emozione che provai quando vidi per la prima volta mia moglie nel 1960. Sono straordinariamente riconoscente alla vita di avermi permesso di fare quello che ho fatto. E so di aver fatto molte cose brutte. Certe volte mi sveglio di notte e dico fra me e me: Mamma mia, ma le ho girate io quelle scene lì?
Sul momento mi piacevano: volevo fossero così. E oggi, invece, col senno di poi, di cui, si sa, son piene le fosse, girerei in modo diametralmente opposto. Anche questa è una riconsiderazione. E lo è pure in maniera differente quella concernente l’autodeterminazione. Per cercare di essere completamente liberi. E un mangiacassette con la voce della mamma rappresenta una riconsiderazione davvero eccezionale che si va ad appaiare al ricordo del calore trasmesso nel passo di danza nella vetusta balera con la prima moglie. È un tepore scandito appieno dalla riconsiderazione, dall’autodeterminazione, dalla visione e dalla motivazione profonda del rinnamoramento.
Massimo, la sottorecitazione è una tecnica recitativa che rientra nelle tue corde sin dai tempi in cui impersonasti Galeazzo Ciano nella serie tv Edda. Impersonare un arrivista in odore però di riscatto traendo partito dalle indicazioni di Pupi Avati in cabina di regìa ti ha fornito qualche stimolo in più per sancire la scelta di togliere anziché di aggiungere?
MASSIMO GHINI / Fa parte un po’ del mio curriculum vitae come attore il modus operandi che predilige una recitazione imperniata sulle cose non dette, sui semitoni, sugli sguardi e le pause. Ho sempre cercato nella mia carriera, con una certa fatica devo ammettere, di togliere per dare forza significante alle espressioni facciali pacate e aggiungere talvolta quando la sottorecitazione in eccesso correva il rischio di stabilire una deleteria distanza emotiva col pubblico.
Ovviamente dipende dal ruolo che ti viene affidato.
Quando ho incontrato Pupi, parlando di questo progetto, incentrato sull’attaccamento al passato da parte d’un conduttore televisivo di successo che assaporando l’amarezza dell’insuccesso ha ormai paura di essere rinosciuto, mi sono basato completamente sulle sue indicazioni precise e perentorie al riguardo. È sempre il regista, per come la vedo io, a veicolare gli attori e le attrici nell’arco narrativo dei loro personaggi fornendo gli input necessari ad aderire nella maniera opportuna agli stati d’animo, ai gesti, al tono di voce.
Gli attori e le attrici che rivendicano una sorta di co-autorialità sostenendo di sapere già per proprio conto che tipo di sfumature psicologiche conferire ai personaggi che sono chiamati a interpretare il più delle volte escono dal seminato. In questo caso l’armonia creata, suggellando la fiducia reciproca, mi ha permesso di ricavare linfa dalle indicazioni sulla microespressività.
Oltre tutto le indicazioni di Pupi sono sempre specifiche. E anche sobrie ed essenziali. Giacché poi ci pensa lui con la macchina da presa a mettere in risalto quel movimento facciale ridotto al lumicino. S’instaura così un clima di serenità e d’accettazione. La sottrazione diviene quindi la direzione che l’attore deve prendere con l’umiltà e la volontà necessarie a connettersi umanamente ed emotivamente col ruolo. Pupi mi ha chiesto d’interpretare per sottrazione un personaggio di per sé istrionico, che tende ad aggiungere e a voler impressionare prima della carcerazione, ed è stato indubbiamente uno stimolo in più al fine di ottimizzare la concentrazione. Valorizzando le emozioni sommesse. Accrescendo in tal modo la comprensione della scena. Impreziosita dalla scelta di Pupi nel girare con una sola macchina da presa. Che pone la massima attenzione nella comunicazione della visione creativa del regista. Lungi dall’anteporre i tecnicismi chiamati in causa per girare la medesima scena da diverse angolazioni con il risultato di snaturare la spontaneità della recitazione rispetto alla copertura sequenziale dell’intera scena in questione. Calibrata a mestiere attraverso la specifica angolazione richiesta ora dal primo piano ora dal campo lungo. Che assicura coerenza all’interpretazione, altresì quella per sottrazione, coerentemente con la visione d’insieme dell’autore. Specie uno della levatura di Pupi.
Il tuo personaggio, sulla scorta proprio della sottorecitazione in grado di rendere particolarmente significative le sommesse espressioni scevre dalla repressione delle emozioni, confessa alla prima moglie che il carcere uccide la comicità. Curiosamente devi la fama al ruolo del cinico sottogretario Valenzani in Compagni di scuola di Carlo Verdone legato al valore terapeutico dell’umorismo. Ti piace essere identificato con quel personaggio antipatico legato a un film malincomico?
MASSIMO GHINI / La maggior parte del pubblico cinematografico mi identifica con quel politico cinico legato a un film che ha riscosso un notevole successo commerciale. Andando incontro all’immaginazione delle masse. Attratte dalla comicità che fa riflettere ironicamente sulla mancanza di moralità del personaggio. Molti spettatori, a volte facendo fatica a scindere la persona dell’attore dal personaggio interpretato, continuano a confessarmi di nutrire astio per la miseria morale di Valenzani. Al punto di averlo tutt’oggi sullo stomaco. Per non dire peggio. Anche perché lungi dal riscattarsi. Mentre Gianni Riccio, il conduttore televisivo all’apice della carriera travolto dallo scandalo finanziario, perde nella comicità ciò che acquista, col riscatto morale finale, in umanità.
Come in un certo senso si riscatta pure il personaggio di Giovanni Pasti, gestore insieme ai tre fratelli dell’agenzia di pompe funebri eredidata dal cinico padre, che interpreti in Cassamortari. L’amicizia che ti lega a Claudio Amendola, impegnato nella regìa di Cassamortari, ti ha stimolato, come l’armonia creata con Pupi Avati, a esprimere tramite gli occhi cose che le parole non dicono?
MASSIMO GHINI / A Claudio sono legato da un’amicizia di lunga data. Il film, trattando con l’arma dell’ironia un argomento tabù, mette in scena i faccia a faccia tra consanguinei che traggono profitto dai morti, facendo gli impresari di pompe funebri, ma maturano idee diverse su come gestire l’agenzia a conduzione familiare. L’amicizia, alla base della fiducia nella scelta delle inquadrature che permettono di parlare con gli occhi e nel tono da imprimere ad alcune battute piene di significato, poiché destinate a incanalarsi anch’esse in una riconsiderazione malincomica, mi ha permesso di costruire un personaggio al quale sono affezionato. Per i suoi difetti e la voglia di riscatto. Quindi l’amicizia e la stima nei confronti di chi ti dirige è fondamentale. Ma è stato pure importante recitare con Sebastiano Somma. Che nel film di Pupi impersona l’unico amico che non abbandona Gianni Riccio. Ed essere amici nella vita con Sebastiano è stato un ulteriore pungolo ad aggiungere autenticità a un’interpretazione portata ad effetto per sottrazione.
Sebastiano, l’amicizia quindi nell’ambito della recitazione agevola il carattere d’autenticità da infondere ai personaggi da interpretare o il mestiere dell’attore consiste anche se non soprattutto nella creazione di un naturalismo fisico ed emotivo dando una sensazione di verità pure quando non corrisponde con la realtà fattuale?
SEABASTIANO SOMMA / Sarebbe stato uguale perché quando leggo una sceneggiatura immagino subito la sensazione d’autenticità che da attore dovrò trasmettere al personaggio da interpretare. Ho condiviso questo mio pensiero, di puntare sulla realtà dei sentimenti rappresentati in Nel tepore del ballo, con Pupi. E quindi pure la leggera napoletanità che caratterizza il personaggio dell’unico amico che non abbandona Gianni Riccio al proprio declino ha contribuito a rendere credibili i dettagli legati al vernacolo appena accennato come qualche impercettibile cambio di sguardo e persino certi respiri.
Sorretti comunque dalla complicità stabilita in passato nella vita reale con Massimo. E che mi è servita a rendere autentica la reazione nella finzione della recitazione. Facendola apparire vera. Per colorare il personaggio che sono stato chiamato a interpretare, ascoltando tanto Pupi dietro la macchina da presa quanto Massimo in scena, con umanità, passione, decisione. Ubbidendo pure all’istinto nel vivere sul serio il personaggio di Moré. L’amico di sempre di Gianni Riccio.
Il tuo personaggio all’inizio viene percepito come un lacchè. Alla fine balza agli occhi che è un amico vero. Recitare coi semitoni contribuisce a definire la psicologia del personaggio come se fosse una persona?
SEBASTIANO SOMMA / Quello che dici sui semitoni è inappuntabile. Recitare, gestendo le pause e reagendo agli stimoli ricevuti sia dal regista sia dall’attore protagonista che si affianca in scena, rende i silenzi autenticamente eloquenti ed evita in questo modo le espressioni stereotipate. Forzate. Mantenendo invece la continuità emotiva dei personaggi di Gianni e Moré si potrebbe già pensare al sequel di Nel tepore del ballo. È un viaggio nell’animo che toglie al superfluo per poi dare allo spettatore la possibilità d’immaginare.
Signora De Sio lei, così com’era riuscita in Raqmar di Aurelio Grimaldi ad assegnare amabilità a un personaggio in realtà odioso, rende simpatica la conduttrice televisiva, soprannominata “La morta”, in verità sprovvista di empatia. La romanità che ha aggiunto dando profondità tanto al luogo di controllo quanto alla battuta urlata l’ha aiutata in tal senso?
GIULIANA DE SIO / Il personaggio della maitresse che interpreto in Raqmar è a primo acchito amabile. Perfino premurosa. Assegnando così ai ragazzi indotti a prostituirsi i loro compiti. Ma alla fine getta la maschera. Complice della violenza esercitata dal losco sodale per punire il ragazzo reo di essere fuggito. Nel film di Pupi impersono una conduttrice fissata con lo share. Gianni Riccio, ripensandoci all’ultimo minuto per non coinvolgere la prima moglie interpretata da Isabella Ferrari nell’ipocrisia della farsa televisiva, gli rompe le uova nel paniere.
È un tiro mancino ai suoi occhi che lei però ribalta. Sulla scorta dell’attitudine a piegare pure lo sviluppo imprevisto degli eventi a proprio vantaggio fingendo in diretta di apprezzare il ripensamento di Gianni. Che in realtà reputa un voltafaccia. Gettando, anche lei, la maschera.
In effetti al mio personaggio il luogo di controllo, compreso quello dell’immagine, con l’acconciatura da pupettta, sta molto a cuore. Da salernitana trapiantata a Roma da tanti anni ho attinto per la parte al vernacolo capitolino la forma di derisione di dire il contrario di ciò che è vero e il modo colorito di spiattellare poi l’amara verità con l’uso del turpiloquio. Per mezzo di cui la conduttrice apostrofa nei corridoi della trasmissione l’ex collega ormai incurante del controllo dell’immagine.

Senza accorgersi che dietro le quinte Gianni Riccio stava parlando ai giornalisti col taccuino in mano. È l’ironia della sorte?
GIULIANA DE SIO / Ed è anche la punizione esemplare per una maniaca del controllo e degli ascolti in preda alla rabbia perché le cose hanno preso una piega sentimentale diversa da quella che lei cinicamente aveva previsto.










