
Memoria di Gerhard Wolf che salvò Firenze e il Mondo
Scritto da Franco D'Emilio il . Pubblicato in Storia e Geopolitica.
Chi salva una vita salva il mondo intero, così una citazione del Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo, esalta il valore immenso della vita umana, tanto che salvarne anche una sola vale quanto salvare l’umanità intera. E’, fra l’altro, lo stesso principio fondamentale per l’attribuzione di “Giusto tra le Nazioni” a chiunque, spesso con grave rischio della propria vita, abbia salvato ebrei dalla tragedia terribile della Shoah.
Quest’anno, nell’imminenza del Giorno della Memoria, commemorativo delle vittime dell’Olocausto, ho deciso di scrivere su un cittadino tedesco, sicuramente un “echtes arischen deutsch, insomma un “vero tedesco ariano”, come nella categorica definizione razzista del Nazismo.
Infatti, ho deciso di scrivere su Gerhard Wolf (Dresda, 1896-Monaco di Baviera, 1971), il diplomatico tedesco che, avvalendosi del suo ruolo di Console, salvò il mondo intero perché salvò Firenze dalla distruzione di tanto suo patrimonio storico e culturale; perché, ancora, salvò Firenze dalla perdita di tanti suoi figli, ebrei o dissidenti politici, bersaglio di spietata persecuzione; perché, ancora di più, salvò Firenze dall’offesa di quei suoi valori politici, morali che, nel corso dei secoli, dalle sponde dell’Arno s’erano diffusi e tuttora si diffondono nel mondo, a fondamento di tanta libertà di pensiero e democrazia.
Tutto questo giustamente riconosciuto con tanto affetto dai fiorentini che presto si adoperarono perché a Gerhard Wolf, console tedesco nella loro città sotto il giogo nazista, fosse conferita la cittadinanza onoraria, come appunto avvenne con delibera, approvata dal voto unanime del Consiglio Comunale nell’adunanza del 19 novembre 1954, presieduta dall’indimenticabile sindaco Giorgio La Pira.
La motivazione fu …. per le documentate benemerenze acquisite dal dottor Gerhard Wolf e per le sue opere di bontà, compiute col rischio della persona durante l’occupazione germanica della città. La cittadinanza onoraria fu consegnata il 20 marzo 1955 nel corso di una solenne e molto partecipata cerimonia in Palazzo Vecchio, durante la quale sempre il “sindaco della pace” La Pira così evidenziò il valore dell’uomo e del diplomatico: Facendo quello che ha fatto, il Console Wolf ha reso un grande servizio al suo paese, alla vera Germania, che non è mai stata la Germania nazista. Per questa ragione, il popolo tedesco dovrebbe essergli grato, come lo è il popolo di Firenze.
Ma chi era Gerhard Wolf, sotto ritratto in foto e dal 2007 raccontato efficacemente da una lapide commemorativa, affissa su un muro perimetrale della terrazza di Ponte Vecchio?

Come riuscì nell’ambito di una carriera diplomatica, pesantemente controllata dal potere hitleriano, a ricavarsi un margine d’azione, utile a salvare dalla furia nazista molti uomini e molte cose di Firenze? Con chi realizzò un’efficace rete clandestina a sostegno di perseguitati, ebrei o dissidenti politici? Questi sono i tre punti essenziali per capire l’opera di bene e soccorso del diplomatico e, ancora di più, del cittadino tedesco Gerhard Wolf. Innanzitutto, il nostro protagonista, settimo figlio del ricco avvocato Eduard, nasce nel 1896 a Dresda, capoluogo del land della Sassonia, e cresce in tanta serenità familiare e con tanta inclinazione agli studi, in particolar modo quelli umanistici e delle relazioni sociali.
Già il suo destino sembra segnato dal luogo di nascita, appunto Dresda, da sempre, per la ricchezza delle sue collezioni museali e del suo patrimonio architettonico-monumentale, definita Elbflorenz ovvero la Firenze sul fiume Elba, quasi presagio quanto la vita di Gerhard si sarebbe, poi, intrecciata con quella dell’antica e nobile città toscana.
Come ufficiale del 17° reggimento degli ulani partecipa alla Prima Guerra Mondiale, meritandosi varie decorazioni, fra le quali la Croce di Ferro di prima e di seconda classe. Congedato, si laurea in filosofia e storia dell’arte presso la prestigiosa Università di Heidelberg (sotto in foto), dove è compagno di studi di Rudolf Rahn, suo grande amico e prezioso consigliere, anch’egli diplomatico di grande rilievo nella storia tedesca sotto la dittatura hitleriana; quindi, perfeziona gli studi nelle aule parigine della Sorbona, successivamente presso l’Università di Ginevra.

Nel 1927 entra nel ruolo diplomatico del Ministero degli esteri della Germania e dal ’29 al ’33 presta servizio prima a Varsavia, dopo a Roma presso lo Stato del Vaticano.
Durante il suo soggiorno romano i servizi segreti tedeschi segnalano Wolf a Berlino quale “liberale democratico amico dei semiti“. Solo nel 1939 e sotto forte costrizione, come è stato documentato, Wolf aderisce al partito nazista per non essere espulso dalla carriera diplomatica e, dunque, perdere la possibilità di “lavorare. logorare ai fianchi la dittatura di Hitler”, come già suggeritogli a Roma da monsignor Ludwig Kaas, guida cattolica del movimento liberale tedesco di centro. Il 7 novembre 1940, dietro sua richiesta, viene inviato a Firenze, dove resta sino al 28 luglio 1944 col pieno incarico di console, che assolve impeccabilmente, pur mantenendo attenti rapporti con la crescente opposizione, tedesca e italiana, al nazismo e al suo alleato fascista.
Nel capoluogo toscano Gerhard Wolf diventa partecipe e tessitore di una rete d’aiuto a dissidenti politici e perseguitati ebrei; si prodiga invano, ma con tanto afflato perché nel luglio ’44 a Firenze sia riconosciuto lo stato di “città aperta” per evitarle terribili distruzioni; riesce, però, a convincere i comandi tedeschi a risparmiare Ponte Vecchio dalla distruzione dei ponti sull’Arno e a contenere il numero degli edifici storici da far esplodere sui lungarni, tutta questa rovina tra il 3 e 4 agosto ’44,
(sotto in foto la distruzione dell’antico Ponte di Santa Trinita).

Diversi i suoi “complici” fiorentini: innanzitutto, l’Arcivescovo Elia dalla Costa (sotto in foto con Papa Giovanni XXIII), già noto per aver serrato le finestre del palazzo vescovile durante la visita di Hitler a Firenze il 9 maggio 1938; poi, il romagnolo don Giulio Facibeni, “povero facchino della Divina Provvidenza”, anch’egli ritratto poco sotto, già fondatore a Firenze nel 1923 della caritatevole Opera della Madonnina del Grappa; ancora, Carlo Steinhauslin, proprietario dell’omonima banca e console svizzero nella città gigliata; ancora, Friedrich Kriegbaum, direttore del Kunsthistorisches Institut, famoso centro tedesco di studi di storia dell’arte a Firenze; infine, il marchese Giuseppe Serlupi Crescenzi, ambasciatore di San Marino presso la Santa Sede, la cui villa fiorentina Le Fontanelle gode, perciò, dell’extraterritorialità, costituendo un buon rifugio per dissidenti ed ebrei, fra quest’ultimi lo stesso celebre storico dell’arte Bernard Berenson.

Numerosi i perseguitati, sottratti da Wolf alla cattura e alla tortura nazifascista, addirittura sfilati di mano alla miserabile banda fascista di Mario Carità, operativa nella villa fiorentina al numero civico 67 di via Bolognese. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il console Gerhard Wolf viene arrestato e internato a Montecatini, poi a Salsomaggiore, infine trasferito nel carcere alleato di Hohenasperg, vicino Stoccarda, dal quale esce libero a luglio del 1946, completamento scagionato da qualunque possibile addebito, anche sulla base delle numerosissime, documentate testimonianze a suo favore. Una storia significativa quella di Gerhard Wolf, ma tuttora poco nota, forse perché esclusa dalla storia, solitamente scritta con molta parzialità dai vincitori, troppo avvezzi a fare degli sconfitti un solo fascio, pari a quello di tanta, sola erba cattiva senza neppure la luce, il colore di un fiore.










