
“Non sempre si muore” – Mostra di Andrea Pazienza al MAXXI di Roma
Scritto da Danilo Pette il . Pubblicato in Arte, Cultura ed Eventi.
Questo pezzo inizia con tutto un tintinnare di monete da spicciare, e con me che armeggio nell’armadietto del guardaroba dove mi hanno gentilmente chiesto di lasciare la borsa. Ma l’armadietto vuole un euro per chiudersi, e io ho solo una moneta da due. Fortunatamente l’attento staff del MAXXI di Roma si muove a pietà e mi aiuta a risolvere l’intricato impiccio in cui mi sono ficcato con le mie stesse mani.
Sì, oggi sono al Museo MAXXI per voi, miei favoriti lettori, per darvi notizie fresche come uno stoccafisso norvegese. Notizie di cosa?, chiederete voi, ora vi dico, rispondo io: aprite bene le iridi e collegatele al cuore dunque, perché si da il caso che proprio oggi, 24 di Aprile 2026, si inaugura a Roma la Mostra di Andrea Pazienza, dal poetico titolo “Non sempre si muore” (cit. da un’intervista del 1988 di Clive Griffiths), che segue la Mostra dedicata al maestro da poco conclusasi al Museo MAXXI de L’Aquila. Dopo almeno vent’anni dall’ultima mostra dell’artista nella Capitale (tra l’altro bellissima, il Vostro affezionatissimo c’era e prima o poi ne farò un articolo postumo), ecco un evento in ricordo del genio di San Benedetto del Tronto, a 70 anni dalla sua prematura scomparsa. Lode al MAXXI per aver fatto tornare l’arte di Pazienza da queste parti, fornendo alle nuove generazioni (bravi, ‘do it for the children!’) la possibilità di conoscere le opere di uno dei maggiori artisti del Novecento italico, motivo di vero orgoglio per la Nazione, che contribuirà di certo, lo prevedo, a rendere ancor più struggenti i festeggiamenti previsti per domani 25 di Aprile.
Dunque salgo al terzo piano del Museo e mi dirigo alla Galleria 5, dove ad accogliermi c’è la proiezione di alcuni disegni (a cui è stata aggiunta un’animazione) e frasi celebri di Pazienza, mentre una voce da un’altoparlante legge sue poesie, estratti di lettere, testi di fumetti. Una sorta di rapida presentazione attraverso le opere e le parole del maestro, e funziona questa piccola trovata che sa di simpatica accoglienza. Proseguo il mio cammino fino alla porta di entrata color acciaio, sulla cui sommità ci fa un inchino uno dei tanti personaggi usciti dalla fantasia di Pazienza (da ora, per comodità [yes, i’m a lazy sod], P.)
Sono dentro, sala centrale, pareti azzurre. Mi guardo intorno e sgrano gli occhi. Vi lascio un attimo con l’immagine di me che sgrano gli occhi in buffering, tenetela lì, poiché si rende necessaria una piccola premessa: questa mostra è cronologica e segue anno per anno lo sviluppo del talento e della straordinaria carriera di P. . Dunque all’interno della prima sala, miei attenti e scaltri lettori, cosa pensate ci abbia trovato? Cosa pensate mi abbia fatto sgranare gli occhi? Via il buffering… Disegni di P. da ragazzino e da ragazzo, schizzi, pennarelli, quadri, tavole, lettere ai genitori. Pezzi realizzati chessò, tra gli otto e i quindici, sedici anni. Salta subito agli occhi sgranati, da questi primi lavori, la grandezza del purosangue, quello che ti fa in scioltezza un tempo che gli altri puledri neanche si azzardano solo a sognare. Il tratto di P. è strepitoso anche in questi iniziali disegni, c’è uno schizzo di due strane figure davvero molto divertente… ma il pezzo che mi ha fatto beccare la Sindrome di Stendhal con svenimento e pronto ricovero ospedaliero, è l’Omaggio a Louis Armstrong, un componimento strepitoso che fa tremare i muri, e ti chiedi come diavolo riesce a stare ancora su. Devo assolutamente portarmelo a casa, starebbe un amore in salotto, ma il tipo della security è troppo energumeno per me, e quindi desisto dall’idea di furto con destrezza. Deliziosi anche gli ‘studi’ e i quaderni tappezzati di disegni, le primissime ‘strisce’, fumetti organizzati in modo fantasioso, caotico. Si continua con quadri e collage di incredibile fattura, dove il talento tecnico del giovane P. erompe prepotentemente dalle tele. Passo controvoglia alla sala successiva, tramite una bianca tenda, e ci siamo. Ci siamo dentro fino al collo, i muri trasudano tavole originali, con ancora i segni di matita sotto le chine, roba da farti venire un colpo! Proiettato in un baleno nel ’77 fosforescente-pennarello del P., che all’epoca piazzava storie su Alter Alter e inventava Pentothal dentro stanze in affitto. La contestazione, Bologna, il DAMS, le occupazioni, i concerti al Palasport, Radio Alice, Cossiga e i carri armati, la droga, gli strani sogni notturni, tutto il mondo de ‘Le straordinarie avventure di Pentothal‘ è lì, aggrappato ai muri, potente, energico, fantasioso, allo sbando, poetico, sensuale, sarcastico. La tavola con la Natura che porta ad Andrea Pazienza il dono del disegno, impedendogli così una carriera da bandito con D’Angelo, è davvero qualcosa di prezioso per l’Arte italiana…

Pensavo davvero la Mostra finisse qui, vi giuro pensavo fosse uno sprazzo, era invece un inizio. Solo l’inizio di una sala che continua a mostrare tesori, uno dietro l’altro, decine di tavole e copertine d’epoca, dalle quali inizia ad affacciarsi lo spettro dell’eroina, spavalda ed esibita nelle vene gonfie, mentre altre fanno quasi intenerire, come i ritratti del collettivo di fumettisti (giovani agguerriti sognatori) che pubblicava per la rivista Cannibale fondata da Tamburini e Mattioli, e ancora l’ossessione per Disney, nei tanti Mickey Mouse sparsi qua e la, e nella mitica storia del ’77 ‘Perché Pippo sembra uno sballato‘ (per via dello stress cinematografico, che lo costringe ad assumere THC per calmarsi…), oppure le storie di EST. Arriviamo così a Pertini, altro personaggio classico del repertorio dell’artista, divertente satira che chiude il decennio ’70 e ci traghetta dritti dritti al 1980, anno in cui P. assieme al collega Vincenzo Sparagna, fonda la rivista Frigidaire, svecchiando l’editoria dell’epoca in modo dinamitardo, proponendo modelli di fumetti per adulti in voga negli Stati Uniti e in alcune zone d’Europa, come la Francia.
Di conseguenza, signori e signore, siamo nell’epoca di Zanardi. Schizzi, disegni, tavole, quadri, fanno intuire la vera e propria ossessione dell’artista per la costruzione di questo personaggio, assolutamente e profondamente malvagio. Il naso adunco, il mento prominente, il ghigno freddo, i lunghi capelli, l’inconfondibile silhouette. Siamo nel feudo criminale di Zanna e Colas (altro figlio di buona donna), e i pezzi esposti sono davvero molto interessanti, come l’enorme ‘Zanardi Equestre‘ (mutilo), realizzato nel 1985 in Piazza del Popolo a Cesena, e un’altra serie di tavole che compongono un enorme figura di Zanardi sempre a cavallo che sgomina avversari a colpi di spada. Storie crudeli come ‘Giallo Scolastico‘, in linea con le correnti letterarie del realismo sporco dell’epoca, rivelano se ce ne fosse il bisogno, la grandezza di P. nello scrivere i testi. Oltre al suo talento per la figura, l’immagine, la messa in scena, il colore, c’è la componente letteraria che domina. Le opere di P. sono come quei film che, oltre a essere girati bene, sono scritti bene. I dialoghi e le didascalie in P. sono un vero valore aggiunto, mai assoggettati alla narrazione per immagini. Poetici, crudeli, confidenziali, sarcastici, un’ampia gamma che l’autore sa gestire in maniera egregia, da vero fuori classe, mostrando un raro talento di Scrittore. E io infatti, nella mia testa bacata, lo considero innanzitutto uno Scrittore che ci sa fare con le matite… Per fortuna a distrarmi da questi inarrivabili elucubrazioni, ci pensa la musica, sempre presente durante la Mostra, con brani dell’epoca (impeccabile cura dei dettagli, eh…). All’improvviso amici, erompe dagli altoparlanti un vecchio pezzo dei Sex Pistols. E dunque ci siamo, è fatta, per oggi a Roma this must be the place, sono fomentatissimo, ho voglia di rapinare una suora o scrivere W la Foca nei bagni di scuola; eccoci lì, amici, riuscite a vederci? io, Pazienza e Johnny Rotten, una storia alla Gianni Minà, eccoci lì nella sala del MAXXI, che trio, che terna di grandi, soprattutto Pazienza e Rotten.

E zompettando sulla musica entro nella sala ‘distensiva’, dove non ci sono opere originali, ma stampe sui muri e sul pavimento di alcune notissime opere di P. , divertenti e colorate. Un’intera parete di questa sala è in vetro e da lì si domina tutto il panorama, un passaggio davvero suggestivo. Ma ecco che inizia il corridoio e siamo di nuovo in ballo, la decade ’80 con tutte le sperimentazioni di P. , sempre in cerca di nuovi linguaggi. Il corridoio sfocia in un’ampia sala, che io chiamo la sala delle meraviglie, miei cari, perché è dedicata al murale che l’artista realizzò per la ‘Mostra Oltremare’ di Napoli del 1987. Restaurato, è ora in bella vista lì, in fondo a questa sala, sotto il mio naso, ed entrando, a colpo d’occhio, fa l’effetto di raggiungere un Guernica. La tecnica pittorica è al suo apice, l’opera lascia a bocca aperta. Per stemperare il colpo si susseguono una serie di piccole sale con foto dell’artista, schermi con cuffie per ascoltare interviste, per altro notevolmente divertenti, che mostrano lo spirito goliardico, allegro, bizzarro e brillante di P.
Si arriva così all’86-’87, anni della piena maturità, la perfezione che trasuda nella scelta dei soggetti, la loro realizzazione grafica, la colorazione, la poeticità e profondità dei testi. E’ l’epoca delle pubblicazioni su Tango, settimanale del quotidiano L’Unità; Avaj, supplemento del mensile Linus; Zut; Comic Art; è l’epoca di Pompeo, Campofame, Astarte (un molosso capo dei cani da guerra di Annibale, opera incompiuta), fumetti duri, spigolosi, oscuri. Non più il teppismo criminale-noir-poliziesco di Zanardi, ma una vera discesa negli Inferi, l’immersione in un degrado che ha superato gli atteggiamenti violenti e crudeli, per mutarsi in Male Puro, intransigente, perfetto. Sono le opere struggenti di un P. che sta perdendo la sua lotta contro la tossicodipendenza, che lo porterà alla prematura scomparsa. ‘Gli ultimi giorni di Pompeo‘ , personaggio eroinomane autobiografico, sono l’emblema di questa sofferenza, le problematiche del personaggio sono quelle dell’autore, assuefatto e incapace di reagire. La lotta dell’uomo contro la Morte, in Campofame (che riprende una novella di Robinson Jeffers, poeta amato non a caso anche da Bukowski, a proposito di realismo sporco), è davvero un groppo alla gola giunti a questo punto del percorso, nell’ultima sala anch’essa zeppa di capolavori. Ed è questo il bello di P., il suo essere prolifico, la quantità enorme del suo lascito, che fa riempire tutte le sale a nostro vantaggio.

La Mostra finisce qui, e come avrete intuito anche questo articolo. E’ stata una vera esperienza, alla fine mi sento stanco morto, ma visto che non sempre si muore, risorgo per consigliarvi fragorosamente, amici del mio cuore, di passare al Museo MAXXI di Roma e immergervi nei capolavori di Andrea Pazienza, numerosissimi in questa mostra, abilmente curata da Giulia Ferracci e Oscar Glioti.
Avete tempo fino al 27 Settembre c.a., ce la farete a fare una scappata, no?
Ne vale la pena, per un evento che a mio avviso non dovrebbe assolutamente risultare facoltativo.
Dovrebbe essere obbligatorio, con sanzioni penali in caso di inadempimento.
Il Vostro affezionatissimo si è divertito e spero così di voi.
I miei saluti,
Danilo Pette










