Vai al contenuto principale

Chloé Zhao- la prima donna asiatica a vincere l’Oscar come miglior regista

Nel corso di quella che rappresenta di certo la cerimonia degli Oscar più insolita fino a oggi, segnata dalla crisi post-pandemia, realizzata in modo scarno, con poco glamor, meno star e un set che ricordava i primi gala organizzati dall’Academy di Hollywood negli anni ‘30, abbiamo goduto di qualcosa di insolito e decisamente nuovo: una vera rivoluzione in termini di diversità e integrazione razziale, molto in linea con lo spirito del movimento Black Lives Matter.

Tra le altre cose, infatti, dopo aver superato i Golden Globe e i BAFTA, ieri sera Chloé Zhao è diventata la seconda donna nella storia degli Oscar a ricevere il premio per la migliore regia, oltre a essere la prima donna di un’etnia diversa, nello specifico la prima donna asiatica, a raggiungere il traguardo. Il suo terzo film, Nomadland, acclamato road movie con Frances McDormand – che per questa interpretazione ha peraltro vinto l’Oscar come migliore attrice – aveva già assicurato a Zhao un posto nei libri di storia del cinema, come riporta The Guardian, quando era stata nominata per competere in ben quattro categorie (oltre alla miglior regia, anche migliore sceneggiatura non originale, miglior montaggio e miglior film) di questa 93esima edizione degli Academy Awards.

Nata a Pechino nel 1982, la regista, produttrice e sceneggiatrice cinese-americana, Chloé Zhao si è formata tra il Regno Unito – dove ha studiato scienze politiche al Mount Holyoke College – e gli Stati Uniti, dove si è trasferita stabilmente per studiare cinema all’università. Dopo aver debuttato con Songs My Brothers Taught Me nel 2015, presentato in anteprima al Sundance Film Festival dello stesso anno, e aver realizzato The Rider, uscito nel 2017, quest’anno con Nomadland Zhao ha ottenuto il riconoscimento internazionale, e sappiamo già che alla fine del 2021 dirigerà Eternals, un film di supereroi Marvel con Angelina Jolie e Richard Madden.

Fino a oggi, nei quasi 100 anni di storia degli Oscar, solo sette donne erano state nominate per la categoria di miglior regista (Kathryn Bigelow, Lina Wertmüller, Jane Campion, Sofia Coppola e Greta Gerwig) e unicamente Bigelow e Zhao hanno ottenuto il premio, aprendo le porte a molte donne che potevano solo sognare di essere riconosciute per il loro lavoro. Certamente però, il trionfo di Zhao va oltre: questo riconoscimento alla regista asiatica da parte della mecca del cinema arriva in un momento particolarmente fragile per la comunità cinese negli Stati Uniti e in tutto il mondo. La sua vittoria pionieristica agli Academy Awards di quest’anno avrebbe potuto essere un momento di orgoglio per la Cina, una nazione che negli ultimi mesi è stata oggetto di continue critiche e di incitamento all’odio da parte dell’ex-presidente statunitense Donald Trump, retorica – legata alla ricerca di un nemico responsabile per la crisi pandemica e quindi presente anche in altri paesi – che, come abbiamo già riferito, ha avuto un notevole impatto in termini di aumento dei pregiudizi, della xenofobia e del razzismo contro il popolo cinese e, per estensione, contro altri popoli dell’Asia, sia dentro che fuori i nostri confini, e con particolare virulenza negli Stati Uniti.

Tuttavia, poche ore dopo l’annuncio della sua vittoria, la notizia non è stata riportata sul sito web dell’agenzia di stampa statale Xinhua o sull’emittente statale CCTV, e i post sui social media che celebravano il risultato sono stati censurati, come riferisce la CNN. Il silenzio ufficiale delle autorità cinesi contrasta con quello di marzo, quando Zhao ha vinto il premio come miglior regista ai Golden Globe, e i media statali della Repubblica Popolare si sono precipitati a congratularsi con lei, definendola appunto “l’orgoglio della Cina”.

A ogni modo, alla sua vittoria si aggiunge anche quella dell’interprete sudcoreana Youn Yuh-Jung, che ieri sera a 73 anni è stata insignita dell’Oscar 2021 alla migliore attrice non protagonista per la sua interpretazione nel film Minari, battendo star della statura di Glenn Close (per Elegia Americana), Olivia Colman (The Father – Nulla è come sembra) e Amanda Seyfried (Mank), e soddisfacendo i pronostici che la davano come favorita nella categoria, dopo aver vinto il BAFTFA e lo Screen Actors Guild Award (SAG Awards), come informa The Guardian.

In definitiva, quindi, nonostante si sia dimostrata lontana da livello di performance cui ci ha abituati l’Academy, questa edizione della cerimonia è stata memorabile per la rappresentanza delle donne, per il riconoscimento della diversità etnica nel cinema – un altro dei grandi vincitori della serata infatti è stato Daniel Kaluuya, insignito del premio come miglior attore non protagonista per il ruolo del Black Panther Fred Hampton in Judas and the Black Messiah, che ha fatto di lui il primo attore nero britannico a vincere un Oscar – e per i film indipendenti in particolare, che finalmente hanno trovato il loro spazio e ottenuto il riconoscimento dall’industria cinematografica americana. Speriamo che questo sia un preludio di ciò che deve ancora venire, e non semplicemente qualcosa di temporaneo, scaturito dalla mancanza di anteprime in questo ultimo anno da parte dei grandi produttori.

Friends la “reunion” tanto attesa

 

Ci eravamo già emozionati a febbraio 2020 quando, in occasione del 25° anniversario della serie, la Warner Bros. aveva annunciato che i protagonisti di Friends si sarebbero riuniti di nuovo. Ma lo show revival è costato lacrime e sudore. Questo gruppo di amici stabilitosi a New York – che sono poi diventati una famiglia per scelta e ci hanno lasciato in eredità alcuni dei momenti più comici e accattivanti della storia della televisione – è ancora con noi e, nonostante gli anni, le sue avventure non passano di moda né sembrano smettere di saperci confortare.

Finalmente però, come ha informato la BBC giusto qualche ora fa, dopo il ritardo nelle riprese – che erano previste per agosto dello scorso anno – il reunion show è stato girato la settimana scorsa,presso gli studi Warner di Burbank (Los Angeles), e andrà presto in onda su HBO Max, esattamente 17 anni dopo la messa in onda dell’ultimo episodio della serie, da sempre fra le più amate dal pubblico. La data specifica è ancora da stabilire.

Anche TMZ ha riferito la notizia, riportando che l’atteso episodio speciale è stato registrato con un pubblico per la maggior parte composto da “comparse del sindacato attori”, rispettando tutti i protocolli di sicurezza Covid, dato che che la pandemia avrebbe impedito la presenza dei soliti fan sul set. Nondimeno, non sono mancate piccole anticipazioni sul programma, che in questi giorni sono circolate sui social, pubblicate sia da parte dei presenti alle riprese che dagli stessi attori.

Come aveva commentato mesi fa Kevin Reilly, responsabile dei contenuti di HBO Max, in un’intervista per l’Hollywood Reporter, il ritorno televisivo di questa famiglia elettiva consentirà alle piattaforme di recuperare ai vecchi fan della serie e di guadagnarne di nuovi. E in effetti, nonostante gli anni, le repliche di tutte le stagioni precedenti continuano a funzionare a meraviglia nei cataloghi di piattaforme come Netflix, Amazon Prime Video o HBO.

Ovviamente però, dopo quasi due decenni di attesa per il ritorno di Jennifer Aniston, Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt Leblanc, Matthew Perry e David Schwimmer, non possiamo che augurarci con entusiasmo che la riunione del nostro cast preferito non deluda.

Anne Hathaway racconta il suo isolamento nel docufilm Locked Down

articolo di Alessandra De Tommasi via vanityfair.it
 

Il premio Oscar Anne Hathaway torna in scena con un progetto a metà tra la commedia e l’heist movie. Si chiama Locked Down ed è un progetto nato e girato interamente in tempo di pandemia. In arrivo dal 16 aprile in anteprima digitale, vanta nel cast Chiwetel Ejiofor e Ben Stiller.

A colloquio con Michele Soavi sul rapporto tra tecnica ed empatia

L’INGEGNO DI UN AUTORE POSTMODERNO CHE AMA IL CINEMA DI GENERE E SOSTIENE IL PICCOLO SCHERMO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Dinanzi alla smaccata incongruenza dei colleghi che prima stigmatizzavano i prodotti televisivi, ritenendoli sterili oggetti di consumo sprovvisti di qualsivoglia cortocircuito poetico, e adesso attendono in fila il loro turno, per poter accedere alla cuccagna delle piattaforme, Michele Soavi (nella foto) fa tranquillamente spallucce. 
Mettere l’estro in cantiere, sia esso identificabile con il mercato primario di sbocco costituito dalla liturgia dell’ormai negletta sala cinematografica in febbrile attesa di riscatto o col piccolo schermo, bersagliato dai critici schiavi dell’impressionismo soggettivo e dell’infeconda alterigia, trascende le trite discipline di fazione.

Continua a leggere

Addio a Giovanni Gastel, con i suoi scatti ha esaltato la moda made in italy

 
Il fotografo Giovanni Gastel, che con i suoi scatti ha esaltato la moda made in Italy, grazie a campagne pubblicitarie per i marchi più prestigiosi che hanno fatto il giro del mondo, è morto il 13 marzo a Milano per le complicazioni da Covid. Aveva 65 anni. Era stato ricoverato all’ospedale in Fiera a causa dell’aggravarsi dello stato di salute dopo essere stato colpito dal virus.

Continua a leggere

Nellie Bly – si finse pazza per raccontare la verità

 

C’è un legame forte tra la delicata storia della follia e quella – altrettanto delicata – delle donne. A lungo i matti, i folli sono stati considerati dei reietti, spogliati completamente della loro umanità e respinti ai margini, rinchiusi in quei manicomi in cui nessuno poteva vederli. Altrettanto a lungo le donne sono state considerate inferiori, socialmente poco utili (all’infuori della procreazione), rinchiuse in quelle case spacciate per il loro luogo naturale. E non appena una donna cercava di uscire da quel luogo naturale, avanzando il diritto di essere autonoma e di poter avere un valore sociale ecco che quella donna diventava subito pazza, strega, isterica. Se guardiamo bene la storia della follia è una storia prevalentemente femminile, perché folle è spesso ciò che non può essere compreso, che si presenta come illogico, che non può essere controllato e che per questo spaventa.

Sappiamo bene che tanto il tema della salute mentale quanto quello delle donne è stato interessato, soprattutto a partire dagli anni ’50, da un lento e importante processo di emancipazione. Ma questo processo non si sarebbe mai potuto verificare senza l’intervento diretto di alcuni personaggi che hanno lottato per creare condizioni favorevoli al cambiamento. E quando parliamo di storia della follia e storia delle donne non possiamo non pensare a lei: Nellie Bly. 

Elizabeth Jane Cochran (il suo vero nome) nasce a Cochran’s Mill, Pennsylvania, nel 1864, ed è la tredicesima di quindici figli. Il padre, un giudice benestante, muore quando Elizabeth ha solo sei anni e la madre, per non restare sola a gestire quindici figli, decide di risposarsi poco dopo. Il secondo marito però si rivela presto per quello che è: un uomo alcolizzato e violento, che alzava spesso le mani in casa. Proprio a lui è legata la prima esperienza giudiziaria di Elizabeth che, appena adolescente, si trova a testimoniare durante il processo di divorzio della madre e a scoprire dentro se stessa un senso viscerale di fastidio nei confronti delle ingiustizie e delle discriminazioni, in primis di quelle ai danni delle donne e dei poveri.

A 16 anni si trasferisce a Pittsburgh, sperando di trovare lavoro come maestra. Sta sfogliando le pagine del Pittsburgh Dispatch, alla ricerca di un annuncio di lavoro, quando le capita sottomano un articolo intitolato What Girls Are Good For (A cosa servono le ragazze), dai toni particolarmente sessisti. Indignata dalla lettura Elizabeth prende carta e penna e scrive al direttore del giornale, confutando punto per punto il contenuto discriminatorio dell’articolo con uno stile di scrittura così chiaro e al tempo stesso inconfondibile, che quel direttore non può fare altro che chiamarla e offrirle un lavoro. È lui a proporle di scrivere sotto pseudonimo e di chiamarsi Nellie Bly, dal titolo di una celebre canzone di Stephen Foster.  Elizabeth diventa così la prima donna giornalista della storia e in breve tempo si distingue per la scelta di un tipo particolare di giornalismo: quello investigativo. Si intrufola ovunque, soprattutto nelle fabbriche, per denunciare la condizione dei poveri e delle donne. Il suo obiettivo è uno soltanto: raccontare la verità e dare voce a chi non viene ascoltato.  

In un periodo in cui alle donne non vengono praticamente riconosciuti diritti l’immagine di una ragazzina un po’ scarmigliata e piena di motivazione, che se ne va in giro a denunciare abusi e discriminazioni, dà particolarmente fastidio e George Madden, allora direttore del Pittsburgh Dispatch, è costretto a ridimensionare il lavoro di Nellie, relegandola alle pagine femminili del giornale. Ma la posta in gioco per lei è ormai più alta di un semplice guadagno: riguarda ciò che vuole essere davvero e il ruolo sociale che ha deciso di ricoprire. Così lascia il lavoro sicuro di Pittsburgh e decide di trasferirsi a New York. Ha 23 anni ed è il 1887 quando bussa alla porta di Joseph Pulitzer. Vuole lavorare per il suo quotidiano, il New York World, vuole scrivere grandi inchieste e ha una proposta ben precisa da fargli.

Di fronte a Manhattan si trova infatti un’isola, dalla forma stretta e allungata, chiamata Roosevelt Island (ai tempi Blackwell Island); una zona residenziale, tra le cui case svetta il Women’s Lunatic Asylum, un sanatorio femminile dove vengono internate, a scopo teorico di cura, donne affette da patologie mentali. Attorno a quel luogo c’è un alone di mistero, perché nessuno ci può entrare, a meno che non sia considerato malato. Nellie propone a Pulitzer un articolo sul Women’s Lunatic Asylum: vuole capire cosa succede lì dentro.

Per farlo ha una solita possibilità: fingersi pazza. Pulitzer accetta.
Il giorno stesso Nellie torna a casa, si fa un ultimo bagno, si esercita davanti allo specchio, prova alcune espressioni da “matta”. Si veste e si dirige a passo svelto verso una casa per donne indigenti e chiede un alloggio. Glielo concedono, ma da subito la responsabile e le altre donne si accorgono che in lei qualcosa non va: ripete spesso le stesse parole, sembra non ricordarsi nulla, ride a caso. Con una visita superficiale un medico stabilisce che è insane (matta) e viene direttamente spedita al Women’s Lunatic Asylum. Improvvisamente Nellie si ritrova in un contesto di abusi, disumanità, crimini e soprusi nei confronti di donne che vengono bollate come matte, ma che matte non lo sono affatto (non tutte, almeno – premesso che ci si dovrebbe intendere sul significato della parola); sono povere. Scopre che il Women’s Lunatic Asylum è un luogo in cui vengono relegate le donne che non possono mantenersi da sole, quelle che sono state ripudiate dai mariti o, ancora, quelle che hanno avuto dei figli al di fuori dal matrimonio. E che queste donne vengono spogliate, quotidianamente sedate tramite oppiacei molto forti, costrette a vivere al freddo e in condizioni igieniche terrificanti, picchiate e spesso uccise.

Considerata matta anche Nellie viene sottoposta alle stesse torture.Ogni sera le viene somministrata una terapia oppiacea che ingurgita e poi vomita, mettendosi due dita in gola, per cercare di mantenere la lucidità. Registra tutto quello che succede, scrive ogni cosa, assiste alla metamorfosi di donne che cercano di resistere con tutte le loro forze a quella violenza, ma che trovano nella follia (quella vera) la loro unica via di fuga.

Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchiodata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella follia.

Rischia anche lei di essere uccisa, perché quella lucidità che conserva la rende un soggetto pericoloso agli occhi dei medici e delle infermiere. Le hanno da poco iniettato un veleno letale quando un avvocato mandato da Pulitzer bussa alle porte del sanatorio chiedendo che lei venga subito liberata. I medici la rianimano in extremis.

Nellie esce dal Women’s Lunatic Asylum promettendo alle compagne che avrebbe lottato con tutte le sue forze per loro. Quando sta per prendere il traghetto per tornare a Manhattan chiede all’uomo che l’aveva liberata: “Quanti giorni sono stata qui dentro?” E lui le risponde: “dieci, signorina. Dieci giorni”. Da questa esperienza nasce la super inchiesta Ten Days in a Mad-House (oggi diventata libro) che desta scalpore e accende i riflettori su quel luogo dell’orrore. Viene aperta un’inchiesta sul Women’s Lunatic Asylum e grazie alla testimonianza di Nellie vengono presi provvedimenti molto seri: i finanziamenti al sanatorio vengono aumentati per migliorare le condizioni delle pazienti, e vengono stabiliti nuovi criteri per valutare la salute mentale delle donne.

Nel frattempo la sua fama fa il giro del paese e Nellie diventa un modello di riferimento per tutte le ragazze che, come lei, amavano scrivere e odiavano le ingiustizie e che finalmente possono vedere nel giornalismo uno sbocco lavorativo concreto.

L’anno successivo, ormai assidua collaboratrice del New York World, non è più solo lei a proporre idee, ma è anche Pulitzer ad assegnarle direttamente dei temi da trattare. È così che nasce la sua seconda grande impresa: battere il record realizzato da Jules Verne, che aveva compiuto il giro del mondo in 80 giorni. Nellie parte nel novembre nel 1889 da Hoboken, da sola, e rientra a New York il 25 gennaio del 1890. Ci ha messo in tutto 72 giorni a girare il mondo: il record è battuto e porta alla stesura del reportage Nellie Bly’s Book: Around the World in Seventy-two Days, che la rende una star indiscussa del giornalismo dell’epoca.

Conosce Robert Seaman, se ne innamora e dopo qualche anno lo sposa. Prova ad abbandonare il giornalismo, per dedicarsi a una vita più tranquilla, ma la sua è una vera vocazione e con le mani in mano non ci sa stare. Così, quando scoppia la guerra diventa la prima cronista dona inviata al fronte, e si trasferisce in Europa.

Pochi anni dopo, però, a soli 52 anni si ammala di polmonite e muore, nella sua amata New York. Ritenuta una delle donne più influenti della storia degli Stati Uniti, nel 1998 Nellie è stata inserita nella National Women’s Hall of Fame, per ricordarci che, molto di quello che abbiamo e che possiamo fare oggi lo dobbiamo a lei.