Scrittori antifascisti italiani alla corte letteraria del nazifascismo
Scritto da Franco D'Emilio il . Pubblicato in Arte, Cultura ed Eventi, Voci Aperte.

Dal 7 all’11 ottobre del 1942 si svolse a Weimar in Germania il II° Congresso Nazionale degli Scrittori Tedeschi, al quale, su invito di Joseph Goebbels, ministro della propaganda hitleriana, parteciparono ben 47 scrittori stranieri ospiti, in rappresentanza di poco più 15 paesi europei, tra i quali l’Italia, in quel momento stretta alleata del nazismo.
La manifestazione ebbe luogo a Weimar, importante città della Turingia, da sempre rilevante, iconico centro di riferimento della cultura tedesca, sia per la sua incredibile, trascorsa stagione letteraria, animata da Goethe, Schiller ed Herder, sia per la sua eccelsa storia musicale, sospinta dalla presenza e dalla creatività di Bach, Liszt, Strauss, von Bulow e Wagner, solo per citare i più famosi. Non a caso, dunque, la scelta del prestigioso Teatro di Corte nell’omonima piazza, dominata dal bronzeo monumento a Goethe e Schiller (foto soprastante), quale sede di svolgimento dei lavori del vasto convegno. Chiara la finalità dell’iniziativa, così come enunciata dallo stesso ministro Goebbels: innanzitutto, gettare le basi per un’intesa intellettuale comune nella nuova Europa che si andava delineando a seguito delle conquiste militari tedesche; poi, definire un nuovo modello letterario, pienamente espressivo dei canoni del nazifascismo. Per questo, gli scrittori tedeschi e stranieri erano stati rigorosamente selezionati, dunque scelti ed invitati sulla base della loro manifesta simpatia verso i regimi politici in Germania e in Italia. La delegazione italiana risultò la più numerosa, annoverando ben otto nomi, tra i quali Giovanni Papini, sotto in foto, che del congresso accettò e svolse le funzioni di vicepresidente.

I sette scrittori italiani presenti con Papini furono Arturo Farinelli, Mario Sertoli, Alfredo Acito, Enrico Falqui, Giulio Cogni, Giaime Pintor ed Elio Vittorini. Con varie scuse declinarono, invece, l’invito Eugenio Montale, Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Francesco Pastonchi, Bonaventura Tecchi e Corrado Alvaro. Non scontata la partecipazione di Falqui, Pintor e Vittorini (rispettivamente qui ritratti di seguito, da sinistra verso destra), considerato quanto i tre, al pari di altri intellettuali italiani, fossero attenzionati per le loro posizioni critiche, anche di dissenso dal regime fascista, addirittura inclini a simpatie antifasciste di sinistra, non escluse quelle comuniste. Nei rapporti dell’OVRA, la polizia segreta fascista, è segnalata la condotta opportunistica di Falqui, rispettoso del regime solo per salvaguardare la sua ampia attività giornalistica e letteraria; è sottolineata la condotta criticamente più intemperante del giovane Pintor, appena ventitreenne nel ’42, ma già collaboratore della prestigiosa rivista culturale “Primato” del gerarca Giuseppe Bottai; viene tenuta d’occhio la professione d’appartenenza di Vittorini alla corrente intellettuale, da lui stesso definita fascismo di sinistra. Sempre l’OVRA viene a conoscenza del tono irriverente della lettera di Pintor a Vittorini, nella quale il primo dichiara di accettare l’invito al congresso degli scrittori tedeschi perché “Penso che la cosa sarà divertente”. E non può certo dimenticarsi come, a riprova della consapevolezza della propria ambiguità di rapporti col fascismo, Vittorini abbia tenuta nascosta la sua partecipazione all’assise letteraria tedesca di Weimar sino al 1950, quando tra le carte dello scomparso Pintor fu rinvenuto e reso noto l’articolo, prima mai pubblicato, con la cronaca di quel convegno e dei partecipanti italiani.

Né a favore di Vittorini può valere l’obiezione che nel 1942 non si conoscesse ancora la terribile realtà dei campi di sterminio e, di conseguenza, lo scrittore siracusano non potesse essere maggiormente e definitivamente sollecitato ad una sua manifesta posizione antifascista, Infatti, attraverso la nunziatura apostolica vaticana in Germania numerose voci sull’orrore dei lager tedeschi erano filtrate in Italia, raggiungendo soprattutto gli ambienti intellettuali romani. Inoltre, risulta incomprensibile che Vittorini non si sentisse sospinto a manifestare appieno il suo spirito antifascista già dall’evidenza e attuazione delle leggi razziali nel nostro paese, a partire dall’11 novembre 1938. Riguardo, infine, ad Enrico Falqui non può davvero trascurarsi come nella transizione dal fascismo alla repubblica egli mantenesse viva la rete dei suoi contatti personali all’Eiar, poi divenuta Rai, assecondando le aspirazioni del figlio Antonello, dal 1952 negli organici Rai di Milano e, presto, affermato regista di celebri show televisivi. Una vicenda veramente opaca quella di Falqui, Pintor e Vittorini, antifascisti nella bambagia del regime fascista.










