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Intervista a Sconfitta – Musiche, Testi & Saggi (Parte 2)

Scritto da Danilo Pette il . Pubblicato in , .

Continua l’intervista a Sconfitta, eccovi la seconda parte più succulenta della prima…sentite che roba!

Track #2 – Brucia sempre così

Un pezzo particolare, intriso di furore hardcore e speed metal, che poi esprime una vena quasi new-wave o dark-wave del ritornello, con il suo riff smilzo ma efficacissimo di una chitarra acuta e rapida. Bella soprattutto l’assenza di introduzione, partite tutti assieme in modo megalitico, e ci si trova già dentro al pezzo, molto efficace l’effetto. Perché la scelta di ‘svuotare’ il ritornello? Diventa quasi un coro da stadio… c’entra qualcosa lo Stadio?

Si c’entra, perché questo è un pezzo che avevo scritto principalmente per un contesto diverso, e aveva un testo più street punk, quindi quel ritornello lì, come l’avevo pensato, doveva veramente essere una cosa da boccali di birra e roba del genere. Poi con Giorgio abbiamo anche svuotato il ritornello dandogli più dinamismo.

Come mai il finale è affidato alle sole chitarra e voce? Questione stilistica o volontà di scendere in una dimensione più intima con l’ascoltatore per quell’ultimo verso, micidiale y final: “Sarà sempre così”. Siamo nel Tommasi di Lampedusa spinto, qui…

Sì guarda, per due motivi: innanzitutto perché in realtà quello non è un tornello ma un ritornello perché ritorna… nel primo ritornello il testo dice ‘sarà sempre così non lasciatevi fottere’ quindi c’è sempre un po’ di turpiloquio, mentre nell’ultimo ritornello il ‘non lasciatevi fottere’ è sottinteso, scompare. Abbiamo svuotato inoltre, in vista della canzone seguente, che è quella più dark wave…

Testo molto difficile, in cui parli di falle cognitive, resistenze a nuovi punti di vista, dogmatismo-trappola che ci impone solo la realtà che più è in grado di sedurci, dalla quale poi non vogliamo emanciparci. Non si rende necessario dunque un vero agire politico, e si continua a favorire un rinnovamento in chiave moderna, di antichi schemi perpetuati dai diversi Governi e partiti nei secoli dei secoli… Il cittadino consumatore si ritrova così vittima della ‘fantasia’ teorizzata da Fischer, e che citi nel libro. Insomma, come ne usciamo da questo cul de sac in cui ci siamo (o ci hanno) ficcati?

Eh, come se ne esce… noi siamo legati a doppio filo al sistema, il post capitalismo ci ha proprio preso per le palle, perché ci ha coltivati come bravi consumatori. La vita ormai è consumare e rappresentare, questo è un cambiamento di paradigma importante, il fatto di essere tutti venditori… non so come se ne esce, ma secondo me il fatto di essere critici nei confronti di queste cose, saperle, è già un punto di partenza importante.

E se fossimo anche noi vittime della concezione non valutativa presente nelle ideologie, di cui parla Mannehim (che citi)? E se anche noi avessimo creduto solo a quello che ci ha fatto chiudere meglio gli occhi, nel vostro caso la Sconfitta, nel mio il Trompe l’oeil? Ci hai mai pensato? Come la metti?

Si, ci penso costantemente… come la metto, la metto che non ho risposte, cioè non sono qui per fare lezione a nessuno.

A contare sono solo le domande, canti. Sembra quasi una legge di mercato, paradossalmente, non trovi? Siamo così irrimediabilmente compromessi da infilare il mercato ovunque?

Il capitalismo non sarebbe esistito come strumento di controllo per tutto questo tempo se non venisse da noi, cioè se non utilizzasse il nostro linguaggio.

Track # 3 – Senza Esempi

– Il pezzo è davvero molto interessante, e rivela la vostra capacità compositiva. La delicatezza cupa e oscura della prima parte, che ricorda da vicino la new e la dark-wave, si contrappone alla potenza e alla velocità hardcore punk in modo molto efficace. Mi interessa molto la parte finale in cui queste due anime tendono a legarsi in quella che ormai è una mescolanza piuttosto che un’alternanza. Avete a che fare con il fusion? Vi interessano i cross over?

Mi interessa personalmente la risoluzione dei conflitti. Essendo un pezzo che parla della famiglia, va inteso in quel senso lì… a scontro per la prima parte, come si fa nella vita da ragazzi, che ci si scontra con la famiglia e si vuole vivere, si vuole fare i propri errori non quelli degli altri; e poi eventualmente con l’età si arriva a una specie di assorbimento del problema, lo si capisce da un punto di vista più filosofico. In realtà i conflitti che ci sono non sono conflitti tra genitori e figli ma sono conflitti tra interpreti del capitale, ecco perché alla fine del brano le cose si riuniscono, scompare il contrasto lento-veloce…c’è una specie di epifania, anche con note più aperte…forse addirittura un accordo maggiore!

– Questo è un pezzo contro l’istituzione della famiglia “capitalistica”, che vedi come una sorta di ingranaggio sociale, utile al solo passaggio di errori tra generazioni, e che definisci ‘primo campo di intercettazione dell’individuo’. E’ la vicinanza a rovinare i rapporti tra gli esseri umani e gli esseri umani stessi, all’interno di una famiglia di tipo, appunto, ‘capitalistico’? Se si vivesse come i nobili di un tempo, tra servitori e non parenti, si starebbe meglio? Dovremmo dunque estendere la nobiltà, ampliare l’araldica, come noi della Consul Press vaticiniamo ormai da anni?

Beh in realtà no, perché il problema sono i ruoli, quindi i ruoli esistono anche in una corte. Non è neanche un problema di classe sociale, ed è il modo in cui il capitalismo ha vinto, il fatto cioè di essere trasversale…la classe sociale era un concetto confuso già alla fine dell’Ottocento, figurati adesso, cioè, di cosa stiamo parlando?

– Nel testo canti ‘non so quale sia tutta ‘sta differenza tra empatia e apatia’ e nel libro scrivi di una ‘[…]empatia apatica, in alcuni casi, altre volte un’apatia soffertamente empatica’, cosa che mi fa pensare a una fusione dei contrari, quasi un processo alchemico imposto all’individuo dalla famiglia di provenienza, inizialmente. Eppure la ‘nuova realtà’ esplosa all’interno delle famiglie negli anni ’70, di cui parla Loredana Guerrieri (che citi), e cioè i giovani, non più “figli-lavoratori silenziosi” ma individui autodeterminati che hanno già mostrato di saper spezzare questo circolo vizioso, e ne abbiamo esempio in movimenti giovanili quali il punk, tanto per fare un nome… Cosa accade oggi, perché i giovani non riescono più a uscire dall’empatia/apatia?

L’autodeterminazione dei giovani degli anni ’70 ha portato ai genitori di oggi…c’è stata una reazione alla reazione, quindi ci troviamo di nuovo a ricoprire dei ruoli. Tutta questa flessibilità per cui si è lottato in realtà non ha prodotto quello che prometteva…

– Nel libro dici che ‘[…] la necessità di far parte è funzionale a rendere gli individui ingranaggi soddisfacentemente performanti per la macchina sociale’. Solo questo resta? La necessità di far parte è anche un istinto nell’uomo animale-sociale. Qualora potessi, non consiglieresti a un giovane di andare là fuori e partecipare, divertirsi, gain experience?

Certo, è una cosa super importante, però deve essere un mezzo non deve essere il fine. Un ragazzo deve incazzarsi, deve andare fuori, deve incontrare gente e mettere da parte il telefono… la piazza è una cosa che non può essere sostituita. Però secondo me arriva il momento in cui devi capire se quello lì è un mezzo che tu usi, magari per un periodo o è un mezzo a cui ti sei affezionato, che diventerà il tuo modus operandi eterno, quella cosa che ti fa chiudere gli occhi. Se diventa la tua coperta di Linus ci troviamo di fronte a un altro tipo di problema…

– C’è un verso qui, ‘e non me ne si voglia’, emblematico del vostro modo di scrivere. Una cavalcata hardcore punk, con scream e feedback e rullante e doppia cassa e poi… ‘non me ne si voglia’. La filosofia e le buone maniere al servizio del furore, il parlar forbito da dentro la fogna. Le due anime che sono evidenti sopratutto in questo pezzo delicato&oscuro, e poi esplosivo. Non te ne vorremo, noi della Consul, ma ti accorgi di questa particolarità? La tradizione dei testi hardcore è radicata di certo nella lotta sociale, ma il linguaggio forbito è la particolarità…

Il fatto di riuscire a fondere stili, linguaggi e toni differenti all’interno di una cosa mi interessa molto da un punto di vista di cifra stilistica. Mi interessa il cambiamento anche repentino e paradossale all’interno di una stessa cosa, di uno stesso brano. Mi interessa il cambio di registro.

Track # 4 – Buio nella mente

– Continuiamo con la rubrica “Attacco alle istituzioni” e dopo la Famiglia (capitalistica) ecco che ve la prendete con la Religione. Di quale religione parli, di quella cattolico-occidentale o della religione in generale?

Di tutte! Ricordi Gaber quando diceva ‘non ho paura del Berlusconi in sé, ho paura del Berlusconi in me’… quella è la religione di cui parlo, la religione in me, il dogma, quello che ti ha insegnato un codice. La religione, onestamente, credo che in qualche modo ricopra una funzione importante all’interno della nostra società, cioè, se è qualcosa che in un momento di incertezza può fornire un’ancora per qualcuno, ben venga…però alla fine il concetto è che siamo soli nel bosco ed è questa la realtà. E’ come con la speranza o l’ambizione, alle quali sono sempre contro… la ‘speranza’ diceva Monicelli, è una cosa inventata dai padroni per fregarvi. Per me la religione è un problema quando diventa qualcosa di autodeterminante, una specie di modus operandi lungo tutta la vita, che ti ingabbia. L’esperienza del divino, l’esperienza di credere a qualcosa, è importante, ma dipende da cosa ce ne si fa, di quella cosa lì… La chiesa cattolica ha inventato il ‘primo’ partito politico della storia, e tutti i culti hanno interesse solamente al loro mantenimento, al mantenimento del loro status. La fede invece dovrebbe favorire il cambiamento, se è qualcosa di spirituale dovrebbe volteggiare, dovrebbe insegnare la libertà piuttosto che l’obbedienza.

– Al centro del pezzo accade qualcosa, parte una marcetta molto minacciosa, la voce si concede uno speach accusatorio che termina con un yell growhl da film horror. Parlaci dell’idea di inserire lo speach, che è, a tutti gli effetti, una resa dei conti con la Chiesa dall’anno zero a stamattina…

Esatto, sì… in realtà forse la considero la parte stilisticamente meno acuta di tutto l’album, cioè è una cosa che mi è uscita molto di pancia…il testo è un po’ provocatorio, forse però chissà, ha un momento di verità… dice ‘non c’è credente che sia innocente’, ma è una sorta di chiamata alla responsabilità per ognuno nel credere a quello che si crede in modo critico. Chiediti sempre a cosa stai credendo. Storicamente la chiesa cattolica ha fatto quello che ha fatto, non lo invento io… se faccio parte di quella chiesa però, posso veramente definirmi innocente davanti ai danni che nei secoli ha perpetuato? Posso fare finta di niente?

Track #5 – Lunghe Ombre

– Ecco il Gino Paoli (r.i.p.) che è in voi, la scuola di Genova, a Roma non le famo così… Un pezzo cantautoriale molto oscuro, intimo, delicato. Avete tentato la horror ballad? Neanche due minuti di chitarra e voce. Da dove nasce? Come mai è l’unico pezzo a non avere l’approfondimento nel Libriccino?

Bravo bravo, molto acuta questa cosa…in realtà è una cover, una cover autoreferenziale, perché è la cover di un una canzone che avevamo scritto io e Giorgio per un progetto dark ambient post punk, che si chiama Grieving Sea. In realtà questo brano volevamo metterlo come intro al secondo pezzo (“Brucia sempre così” n.d.r.), infatti nella prima stesura del libricino, di questo brano era semplicemente citata una parte del testo nel capitolo 2. In post produzione poi, ci siamo resi conto che era un pezzo con una sua dignità, cioè poteva dire qualcosa di suo. Dopo praticamente quattro brani tirati, porta un momento più rilassato e musicale all’interno dell’album, e questa è una cosa che io personalmente faccio sempre, sto molto attento alla disposizione dei brani all’interno dell’album e la valuto sempre nei dischi che ascolto. C’è l’ultimo accordo del brano poi che è davvero bellissimo, l’accordo ‘presa a male’, e chiude su una nota che è davvero il mal d’etre.

– Di chi sono ‘le lunghe ombre che respirano intorno a noi’? Sono per caso simili alle nuvole, che vengono, vanno…

Le nuvole di De André, sì forse…sono le ombre delle ideologie, o le ombre di quelle cose su cui ci appoggiamo per continuare a vivere. Sono le ombre che proiettiamo dietro di noi nel momento in cui camminiamo verso il Sole.

– Parlaci dell’ultimo verso, che mi permetto di ricordarti: ‘essere contro non può voler dire opposizione, se non ci si spoglia di ambizione’.

Il concetto di vittoria a tutti i costi, di ambizione, di speranza, secondo me non sono cose innate nell’uomo, ma sono state inoculate a forza. Le basi sono state lanciate dal calvinismo, la fazione più ‘ultras’ della Riforma…c’è un libro molto bello di Barbara Henrich, “Storie della gioia collettiva” che vi consiglio, e che parla della sospensione del Carnevale ai tempi, per esempio.

Track #6 – Non un vizio di forma QUI PER LA TERZA PARTE https://consulpress.it/intervista-a-sconfitta-musiche-testi-saggi-parte-3/